Tuffi/163
Epistolario estivo, Smarks
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
*per gentile concessione dell’autore, smarks. Originariamente pubblicato su mon-lieu.tumblr.com
Miei cari genitori, questa è una cartolina un po’ particolare. Quella che vedete nella foto allegata è la serranda della mia stanza. Volevo annunciarvi che non parto più; ad essere precisi non uscirò da questa casa almeno fino agli inizi di settembre. Quando mi avete comunicato che sareste andati a Nizza non pensavo avrei accusato così tanto la vostra lontananza; in generale non soffro mai la mancanza delle persone, e questo perché sono un campione assoluto di quella disciplina chiamata ‘solitudine’. Stavolta però mi sembra diverso, perché in effetti non sono solo; con me c’è proprio la mia solitudine. Non si tratta dell’ennesimo gioco di parole soffiatovi in viso dal vostro figliolo lambiccato e sottilissimo, no; è la verità più nuda: è la prima volta che mi rendo conto di quanto non sappia rilassarmi. Proprio ieri osservavo l’espressione di una ragazza felicemente distesa sul suo lettino: era come se vi scorgessi una sorta di intermittenza costante tra pace ed ansia; un’equilibrista provetta: con una tenue risata sublimava l’angoscia dell’anno a venire, e con un fievolissimo incupimento ridimensionava la serenità concessale. Che ritmo! È come un diaframma in azione ho pensato, qualcosa di teso, qualcosa che respira e sa aspettare! Ecco: aspettare, quello che non so fare. E dato che non so aspettare non so neanche rilassarmi, come vi dicevo. Voglio che tutto finisca subito, per cui mi sono a messo a braccia conserte sulla sponda della vita. È l’esito paradossale di chi non sa dominare l’attesa: ci si ritrova impietriti in una postura o peggio ancora asserpolati su un qualche ramo per il resto dei proprio giorni. Io che dovrei lasciarmi soggiogare dalla frenesia mi ritrovo a quattro di spade sul letto, decussato ed immobile all’infinito. E il punto è che non ho alcuna intenzione di muovermi; quella ragazza invece, quella di cui vi dicevo prima, ha capito il gioco, e difatti gioca: sorriso ed affanno, sorriso ed affanno, sorriso ed affanno, e così si prepara alla morte con dignità. È un ansare che si riprende continuamente, un boccheggiare deliziati tra migliaia di sputi. È saper dire grazie. Devo solo sperare che in lei non sia tutto naturale, perché altrimenti non avrebbe alcun merito! Ma poi mi dico: se anche fosse? Se bastasse anche solo una certezza inconscia che la vita consiste nel lavorare e nel vacanzare come si deve, se tutto ciò non restasse nel luogo più penetrale dell’anima? Non rimarrebbe forse vero che lei è una grande atleta e che io sono invece una creaturina mencia e smidollata? Perché sapete qual è la conclusione più dura da digerire in tutto ciò? Che chi non è in grado di godere non sa nemmeno soffrire, ed è questo che veramente mi fionda nella disperazione: disperarsi di non saper più disperare – ci risiamo con questi giochetti autoreferenziali! Eppure è vero: l’autoreferenzialità è la figura della condizione di chi invece di gettare la sua vita se la tiene stretta stretta, tanto stretta che neanche la lascia specchiare (dunque non c’è nemmeno egoismo, sia chiaro!). Vi riassumo il diallelo in cui sono incappato: l’ansia della fine implica l’immobilità assoluta, la quale a sua volta genera l’ansia di non saper gestire l’attesa della fine. Vivere è davvero difficile cari genitori: come avete fatto a raggiungere Nizza? E come farete a villeggiare sapendo che tra due settimane tornerete a lavorare sodo? Con quale tranquillità vi lascerete lambire dal sole e dal vento di ogni estate? Con quale coraggio siete scesi dal vostro letto?



Mi ricorda Falsetto di Montale