Tuffi/162
Sul caso Mari Murgia Ciabatti Strega, Gianluigi Simonetti
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
Su Michele Mari, Ciabatti etc. In questa settimana di dibattiti ho fatto un giro di posizioni un po’ contorto ma alla fine mi sono convinto ad abbracciare la posizione di Gianluigi Simonetti, bravissimo critico letterario, che incollo in fondo. In sintesi: bisogna giudicare l’opera, non se ne può più di giudicare gli scrittori.
È una posizione innanzitutto di grande civismo, di grande impegno. L’insegnamento più importante che traiamo da questa vicenda è che se non vogliamo una società segregata ci dobbiamo sforzare di continuare a “fare politica”, cioè combattere pubblicamente le battaglie dell’ovvio e mandare a casa, o a fanculo, questa ormai insopportabile gentucola che continua a monopolizzare alcune istituzioni culturali.
Provo a spiegare. La paura più grande con cui ci dobbiamo svegliare nel cuore di ogni notte è che noi non dobbiamo fare la fine degli Stati Uniti. Su tantissimi piani ma soprattutto su questo. Non dobbiamo permettere alla dittatura degli stupidi di spaccare la società e far passare la voglia a tutti gli altri di contendere l’egemonia culturale. Non dobbiamo permettere che si rompa il concetto di unità, di stato moderno e di egemonia culturale che convince le maggioranze e orienta le scelte.
Lo dico perché la tentazione di ignorarle e di lasciargli il loro giocattolino è molto forte. Io stesso, una settimana fa, ero partito così. Dicevo, “ma sì, in fondo Michela Murgia è una sorta di religione, ci sta che queste si offendano e facciano squalificare lo scrittore più bravo perché forse ha detto mezza cosa all’orecchio in cui gettava disdoro sulla defunta profetessa”.
La tentazione è forte ma per il bene dei nostri nipoti dobbiamo alzarci la mattina e dedicare un po’ di tempo a combattere anche queste battaglie. Perché se prevale questo anti-buonsenso, se ci disperiamo e piuttosto che competere per lo Strega ci creiamo un altro premio letterario, se gliela diamo vinta, diventiamo una società più frammentata.
Insomma, l’invito è a raccogliere le forze che ci restano e usare questo episodio per passare al contrattacco. Con le buone, tipo l’impeccabile ed educatissimo pezzo di Simonetti, o eventualmente con altre più cattive.
Purtroppo i dettagli della pietra dello scandalo, cioè il discorso sull’ormai famoso pulmino, sono ancora poco chiari. Ma, dopo questa benedetta premiazione del Premio Strega, sarebbe bello andare fino in fondo nelle indagini e ricostruire esattamente tutte le parole. E ad esempio dire che sì, le donne esteticamente brutte è più probabile che soffrano, così come gli uomini brutti, perché gli esseri umani sono felici quando stanno insieme tra loro e anche l’aspetto estetico conta. E ci sono persone che si incattiviscono per la loro bruttezza. E questa cosa è un po’ brutta da dire ma è vera, è esperienza quotidiana di tutti, dai tempi delle scuole medie fino a Guia Soncini - che tra l’altro, per dire i giri che può fare l’amore, ha sublimato la sua cattiveria in un grande acume letterario.
Inoltre, se sei una scrittrice in una competizione letteraria e sputtani un altro concorrente riportando frasi private in cui si dice questa cosa, sei una poveretta e dalla società ti meriti il più trasversale disprezzo. E se in difesa tua e della tua posizione assurda e insostenibile viene Chiara Tagliaferri, cioè una che si è comprata una gravidanza e una bambina e nessuno può dire niente perché il marito è Nicola Lagioia, allora la pericolosità di lasciarvi liberi e senza contraddittorio emerge in tutta la sua pervicacia e capillarità.
Rassegna stampa: Gianluigi Simonetti, La verità sul caso Mari, uscito su Snaporaz:
Spesso, nelle scorse settimane, mi sono sentito ripetere – da giornalisti, colleghi o amici interessati alle vicende dello Strega – che quella di quest’anno a loro sembrava, per la qualità dei romanzi in gara, una delle migliori edizioni degli ultimi tempi. Dicevo fra me e me, e a volte dicevo a loro, che in finale i libri davvero belli erano dal mio punto di vista due, I convitati di pietra di Mari e Lo sbilico di Pierantozzi. Ma nei giorni scorsi, per via della polemica che ha investito il premio, l’edizione in corso ha rischiato di essere una delle peggiori di sempre, se non la peggiore in assoluto; e naturalmente per motivi che non hanno nulla a che fare con la letteratura. Ma, Strega a parte, proprio questo è il punto, e proprio su questo vale la pena di riflettere un po’.
Prima di riassumere i fatti e analizzarli brevemente, vale forse la pena di porsi una domanda di fondo: da quando abbiamo sostituito il discorso sull’arte (che a volte può essere noioso o arduo, ma spesso anche nutriente, stimolante e talora a sua volta artistico) con il discorso sugli artisti (che è invece sempre pettegolo, sterile e infinitamente stupido)? Da quando abbiamo smesso di chiedere spessore alla forma e abbiamo cominciato a pretenderlo dalle persone? Da quando il nostro interesse di lettori si è spostato tutto dal testo al contesto, e da quando l’opera stessa – il modo in cui è scritta, le energie consce e inconsce che mobilita, lo scarto che esprime rispetto alla vita che facciamo tutti i giorni – è diventato un dettaglio fastidioso, schiacciata dall’esigenza di aderire conformisticamente, nell’ambito letterario, a valori imposti da saperi non letterari? Quelli del diritto, della morale o magari semplicemente del bon ton. Quelli virtuistici sbandierati più o meno ipocritamente ogni giorno dalla rete, dalla televisione, dai giornali.
I giornali, appunto. Nel pomeriggio di sabato 19 giugno «Repubblica» con un pezzo firmato da Raffaella De Santis informa che, secondo voci riferite da testimoni imprecisati, Michele Mari, in minibus con altri candidati durante il tour dello Strega, «avrebbe espresso giudizi pesanti su Michela Murgia» («più o meno», dice l’articolo, «che era intransigente perché brutta»). Mari inoltre «avrebbe commentato» che «le persone insoddisfatte diventano rabbiose». Ascolta e reagisce indignata Teresa Ciabatti, candidata presente nel van e amica di Murgia (è anche un personaggio del suo romanzo in gara). «All’inizio quasi valuta la possibilità di ritirarsi dal premio»; poi ci ripensa, e della cosa in qualche modo viene informata «Repubblica».
In serata, Mari precisa di aver effettivamente rievocato un lontano episodio di reciproca incomprensione tra lui e Murgia, ma di «non aver mai parlato del suo aspetto fisico»; di aver poi avuto un chiarimento con Ciabatti, con tanto di scuse se si fosse sentita ferita, «tanto che lei stessa ha ritenuto di non voler dare seguito all’episodio». Ma naturalmente è troppo tardi, pochi sembrano far caso alla parziale smentita, tutti o quasi interessati a stabilire o quanto è stronzo Mari o quanto questa polemica serva strumentalmente a sovvertire il pronostico che vedeva I convitati di pietra favorito per la vittoria finale.
Dello Strega, per lavoro, mi occupo da anni; di chi lo vince o lo perde mi è sempre interessato molto poco, e credo che in fondo poco dovrebbe interessare non solo ogni scrittrice e scrittore autentico, ma anche a ogni lettrice e lettore veramente appassionato di letteratura. Al contrario, mi ha spesso interessato lo stile dei libri in gara – cioè materialmente la loro fattura, il modo in cui sono scritti e costruiti – e in minor misura anche l’antropologia e la psicologia degli autori coinvolti, come appare dalla forma dei loro romanzi – non come loro la mettono in scena, distribuendo a favore di telecamera opinioni sulla politica, sulla società e sugli individui alle quali, di solito, non riesco ad attribuire alcun valore. Non so e non mi interessa cosa abbia detto Mari veramente, con quanta ingenuità o sessismo o inconscia volontà di autosabotarsi, e credo che alla fine poco o nulla debba interessare ai suoi lettori. So invece quel che scrissero di Murgia, solo pochi mesi fa, alcune scrittrici di attivismo femminista in chat private divulgate a mezzo stampa (e allora si disse che non andavano commentate, appunto perché private): ma pur sapendolo, non mi interessò neppure allora. Quante volte l’abbiamo ripetuto, con Proust – non ha mai vinto lo Strega, ma era uno scrittore niente male – che «un libro è il prodotto di un io diverso da quello che si manifesta nelle nostre abitudini, nella vita sociale, nei nostri vizi»? Tanto è vero che tra i romanzi italiani degli ultimi vent’anni uno dei più ferocemente e sottilmente antipatriarcali – e dei più belli in assoluto – è proprio Leggenda privata di Michele Mari.
Mi interessa invece, e molto, quello che sta succedendo alla nostra società letteraria in queste ultime settimane. L’invito in pompa magna rivolto a Erri De Luca a un festival culturale, seguito – dopo le sue dichiarazioni su Gaza – da una proposta di spostamento in una posizione più defilata; le critiche a De Gregori che difendeva il diritto degli artisti di esprimersi politicamente attraverso le proprie opere e non necessariamente attraverso proclami espliciti; un salone della piccola e media editoria che tramite l’Associazione italiana editori (Aie) per la prima volta chiede agli editori partecipanti un’adesione «ai valori antifascisti» della Costituzione. E ora questo brutto episodio, di rapporti e di comunicazione, che nello Strega ha rischiato di spostare la contesa dal piano della letteratura a quello della buona educazione (o del saper stare al mondo?), e che aveva provocato un’altrettanto inedita presa di posizione degli organizzatori («la Fondazione Bellonci ritiene ogni espressione denigratoria e ogni giudizio lesivo della dignità delle persone incompatibili con lo spirito del Premio Strega»). Espressioni denigratorie e giudizi lesivi, privatamente espressi, sono da sempre il sale che concima la terra in cui fioriscono i premi letterari, essendo gli scrittori, notoriamente, i peggiori odiatori dei propri simili, i più refrattari alla civile convivenza (a maggior ragione nelle tappe forzate dello Strega tour, una novità degli ultimi anni, una liturgia che non può che moltiplicare le tensioni tra candidati, da un lato infantilizzandoli ulteriormente, dall’altro confermando quanto la presenza fisica degli autori abbia rimpiazzato la lettura dei loro libri). Non ci si aspetta certo che l’organizzazione avalli questo tratto di litigiosità umana e troppo umana, ma «lo spirito del Premio», alcool dello sponsor a parte, dovrebbe soffiare sul terreno della letteratura. È giusto che una considerazione infelice ma privata, data in pasto ai media, possa determinare la vittoria o la sconfitta in un confronto letterario? Anzi nel confronto letterario, l’unico ormai che sembri contare per tutti gli ‘operatori del settore’, scrittori inclusi. Per fortuna la Fondazione Bellonci ha precisato ieri sera che la presa di distanza dalle parole attribuite a Mari non ha rapporto con un giudizio di merito sui libri in gara, che quindi può regolarmente continuare. E ci ha ricordato che gli scrittori si esprimono essenzialmente attraverso i loro libri – una cosa che a quanto pare una buona parte degli scrittori stessi tende a dimenticare.
Secondo Agatha Christie – altra scrittrice niente male – «un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova»; del resto altri indizi e altre prove in questi anni o mesi non scarseggiano. La situazione è questa, e questa pare a me la verità sul caso Mari (e non solo): siamo fragili, siamo pigri, siamo sempre più infantili e spaventati. Cerchiamo protezione da qualsiasi cosa possa danneggiare l’immagine che abbiamo di noi stessi e dei nostri idoli, anche se censura e (soprattutto) autocensura sono parole sgradevoli, che evitiamo di scrivere o di pronunciare, se non per rinfacciarle al prossimo. Non ci piace distinguere piani diversi nelle persone e nelle cose, ci imbarazza operare gerarchie, ci sfianca attuare mediazioni. La forma, in tutti i campi, ci costa ormai troppa fatica, la lettura stessa di un romanzo – non diciamo di un libro di poesia – impegna troppo la testa di chi è abituato a scrollare. Scontrarci con chi non è già d’accordo con noi, soprattutto se questo qualcuno è un’opera dotata di più significati, ci è insopportabilmente penoso: sia per lo sforzo che richiede aver ragione, sia per quello, ancora maggiore, che esige il riconoscere di avere torto, anche solo dentro di noi. Molto più semplice, agile e appagante spostare tutto sul piano del sociale (e del social): chiedere alla letteratura, e simmetricamente agli intellettuali e agli scrittori, di dire sempre cose irreprensibili, se non proprio unanimistiche almeno condivise dalla nostra bolla (ci interessa chi ci ama, l’inferno sono gli altri). Aspettarci, dagli artisti, che abbiano buone maniere e un’opinione giusta su tutto, che influiscano sulla società in modo costruttivo, che insomma ci facciano stare bene – dove per stare bene s’intende: permetterci di eludere qualsiasi tensione con noi stessi e con quello che crediamo sia giusto sapere. Alla cultura, e ormai anche alla letteratura, chiediamo di costituire un safe space, allestito a norma di legge e ignifugo, mentre fuori il mondo, privo di metafore, brucia. Non ci disturbate, non ci deludete, non ci ferite e soprattutto non ci distraete dalla nostra stessa distrazione. La scoperta conoscitiva, lo scandalo o anche solo la sorpresa, con tutto il dolore, la fatica o l’adattabilità che eventualmente richiedono ci appassionano sempre meno, anzi ci turbano, perché di solito lavorano per esclusioni – maturità significa disillusione. Noi ci stiamo abituando e ormai vogliamo una letteratura che illuda e includa, innanzitutto noi stessi; e che a scriverla siano brave persone, a prova di shitstorm. Di come viene scritta e perché non ce ne frega più niente. A questo stiamo riducendo gli scrittori, anzi i romanzi stessi: a nostra falsa immagine, a nostra idealizzata somiglianza.



Che dire: tutto verissimo.
Grazie !! La seguo con vero piacere 😊