Tuffi/161
Partito Capibara o la versione aggiornata dell'automatizzato comunismo di lusso, Daren Acemoglu, Mark Fisher party
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
L’automatizzato comunismo di lusso sta tornando, ma stavolta è diverso (è meglio) e i tempi sono più maturi.
Un altro tuffo di sinistra. Continuiamo a parlare di automazione e redistribuzione, ma prendiamola da lontano. Parecchi anni fa, 2018-2019, quando eravamo felici e non lo sapevamo e giocavamo alla guerra culturale su facebook, prese piede un filone teorico/memetico chiamato Automatizzato Comunismo di Lusso, parte del più grande filone dell’Accelerazionismo.
La tesi insieme ai toni sembrava molto naive, un po’ per la portata paradossale e provocatoria del titolo, un po’ per il sottotesto di inesorabilità tecnica e non-politica con cui questo scenario veniva presentato. L’idea era: lo sviluppo della tecnologia ci sta demansionando, facendo licenziare e lasciando ai margini di ogni decisione? Acceleriamo ancora, perché è solo questione di tempo: questo progresso porterà automaticamente, naturalmente, alla redistribuzione di enormi ricchezze con tutta la popolazione.
Saltiamo ai giorni nostri. Un’èra geologica dopo (Covid, guerre, utilizzo massivo e diffuso di LLM, con potenziale in continua e indefinita espansione, mercato del lavoro impossibile da prevedere) quelle idee stanno trovando una nuova forma e una nuova concretezza. L’esempio più reale è il partito Capibara (capeggiato da Davide Dibitonto, frontman sorridente colto ed educato, finalmente un volto presentabile in quell’area) che propone di prendere l’asticella mentale del “minimo sindacale” a cui siamo abituati (40 ore di lavoro settimanale, un po’ di sanità e un po’ di educazione gratuite, etc.) e spostarla parecchio più in là. In particolare le richieste sono: 24 ore di lavoro settimanale, e gratuità totale di 6 bisogni fondamentali: casa, utenze, cibo, trasporti, sanità e istruzione.
Questa è finalmente una proposta che dialoga col senso comune novecentesco, coi diritti sindacali, con la vita delle persone normali e reali (cioè non di studenti a Bologna). Viceversa, il lusso rivendicato dalla prima versione era scioccamente provocatorio. Il lusso è un concetto strettamente relazionale, ha a che fare con la scarsità, i desideri e il superfluo. Unire lusso e comunismo evoca poi uno scenario particolarmente diabolico: un’uniformità non già dei bisogni umani (idea legittima e intuitivamente fondata) ma l’appiattimento dei desideri e dei consumi oziosi. Il girone più infuocato dell’inferno.
Chiedere il lusso di massa è un paradosso che attira solo il disprezzo infastidito di chi lavora e si trastulla poco con le idee, e ogni sorta di critica di infantilismo da parte di chi vuole cambiare discorso. Forse è stato un seme necessario e molto/troppo lungimirante; probabilmente il mondo del 2019 non era pronto per quel titolo.
Quello su cui il partito Capibara insiste oggi è invece la necessità di spostare il senso comune. D’altronde il momento è propizio: siamo in un tempo magmatico, transitorio, tutti abbiamo sotto gli occhi i capi delle più grandi aziende di IA che dicono apertamente in ogni telegiornale che non sanno cosa stanno facendo né dove arriverà ciò che stanno facendo. È il momento migliore per diffondere l’idea che i frutti dell’automazione debbano essere ricondivisi prima che vengano sequestrati, materialmente ma soprattutto concettualmente. Se questa finestra di tempo si coagula e la nuova accumulazione originaria dell’IA (che, ricordiamo, è stata alimentata dai dati di tutti) resta nelle tasche dei cinque, dieci o cento vincitori di questa rivoluzione tecnologica, ogni ipotesi di democrazia si fa sempre più improbabile (v. blocco successivo).
Intravediamo o auspichiamo una convergenza tra il miglior sindacato attuale (GKN, Dario Salvetti, etc.), la migliore ricerca economica (Sbilanciamoci e i vari ricercatori che contribuiscono) e finalmente un attivismo concreto e (lo dico) riformista, tipo il Partito Capibara, per spostare un po’ l’asse di rotazione del dibattito pubblico. Nel caso della patrimoniale, ad esempio, evitando di fossilizzarsi sui diffusissimi micropatrimoni novecenteschi su cui si fonda l’Italia cioè quanto tassare casa di nonna in campagna, e concentrandosi sul nuovo mondo di triliardari che finalmente abbiamo tutti sotto gli occhi, e sulle cui piattaforme passiamo la giornata.
Rassegna stampa: sempre sulla finestra di opportunità, ma stavolta dal punto di vista negativo, cioè la probabilità che venga chiusa: Daron Acemoglu, già premio Nobel per l’economia nel 2024 per gli studi sul rapporto tra istituzioni governative e sviluppo economico, ha appena pubblicato un paper dal rilassante titolo “Automation and Repression”.
Affidiamo a ChatGpt il riassunto dell’articolo:
L’articolo “Automation and Repression” di Daron Acemoglu, A. Arda Gitmez e Mehdi Shadmehr costruisce un modello teorico per studiare il rapporto tra automazione, disuguaglianza, rischio di rivolta, redistribuzione e repressione. La domanda centrale è: se l’automazione aumenta la quota di reddito che va al capitale e riduce quella del lavoro, quale risposta politica sceglierà uno Stato controllato dagli interessi dei capitalisti?
Tesi principale
La tesi forte dell’articolo è che esiste una complementarità tra automazione e repressione: più aumenta l’automazione, più diventa conveniente per lo Stato capitalistico ricorrere alla repressione invece che alla redistribuzione. L’automazione riduce la quota del lavoro nel reddito nazionale, aumenta la disuguaglianza tra capitale e lavoro e quindi rende più probabile una rivolta dei lavoratori. Per contenere questo rischio, lo Stato può scegliere tra regolare l’automazione, redistribuire reddito oppure reprimere la protesta. Gli autori sostengono che, salvo casi in cui il rischio di rivolta sia molto debole o il capitale accumulato sia basso, la soluzione preferita dal blocco capitalistico tende a diventare la repressione.
Come funziona il modello
Gli autori partono da un’economia divisa tra capitalisti, che possiedono il capitale, e lavoratori, che vivono di reddito da lavoro. Le imprese decidono quante attività automatizzare. Nel modello, più compiti vengono svolti dal capitale invece che dal lavoro, più cresce la quota di reddito che va ai capitalisti. I lavoratori possono coordinarsi in una rivolta; la probabilità di successo della rivolta cresce al crescere della disuguaglianza tra capitale e lavoro.
Il punto importante è che le singole imprese, quando automatizzano, guardano al proprio profitto privato ma non internalizzano il rischio politico collettivo: cioè non tengono conto del fatto che, aumentando la disuguaglianza, rendono più probabile una rivolta che potrebbe danneggiare tutti i capitalisti. Per questo, nel mercato decentralizzato si produce una forma di eccesso di automazione dal punto di vista degli stessi capitalisti come classe.
Le tre risposte dello Stato capitalistico
Lo Stato che rappresenta gli interessi del capitale ha tre strumenti.
Primo: può limitare o regolare l’automazione, riducendo il rischio di rivolta. Ma questa soluzione abbassa i profitti potenziali dei capitalisti.
Secondo: può redistribuire reddito ai lavoratori, per ridurre l’incentivo alla rivolta. Questa strategia consente più automazione, ma diventa sempre più costosa per i capitalisti man mano che l’automazione aumenta, perché servono trasferimenti crescenti per compensare la caduta della quota lavoro.
Terzo: può usare la repressione, cioè strumenti coercitivi che riducono la capacità dei lavoratori di ribellarsi. Nel modello, la repressione ha un costo più fisso, mentre la redistribuzione ha un costo crescente con l’automazione. Per questo, quando l’automazione e il capitale accumulato crescono, la repressione diventa relativamente più conveniente.
Risultato dinamico
Nel modello dinamico, con accumulazione di capitale nel tempo, la conclusione diventa ancora più netta. Se il capitale cresce, l’automazione diventa più profittevole; se l’automazione cresce, aumenta la convenienza della repressione. Quindi l’economia può seguire due traiettorie: partire direttamente con un regime repressivo, oppure partire con redistribuzione e poi passare alla repressione quando il capitale e l’automazione superano una certa soglia. Gli autori riassumono questo dicendo che, se la minaccia di rivolta non è molto debole, nel lungo periodo l’economia tende verso la repressione.
Estensione alla democrazia
Una parte particolarmente politica dell’articolo riguarda la democrazia. Gli autori sostengono che, partendo da un regime democratico, l’aumento del capitale e dell’automazione può rendere la democrazia sempre meno accettabile per i capitalisti, perché la democrazia impone o rende possibile maggiore redistribuzione. Se il costo della redistribuzione diventa troppo alto, i capitalisti possono preferire un colpo di Stato o comunque la sostituzione della democrazia con un regime repressivo più favorevole ai loro interessi.
Estensione sui “nuovi compiti” per i lavoratori
Gli autori considerano anche il caso in cui le imprese possano creare nuovi compiti più labor-intensive, cioè nuove attività che impiegano lavoro invece di sostituirlo. Anche qui il risultato resta simile: le imprese tendono a investire troppo poco in questi nuovi compiti, perché non considerano il beneficio politico collettivo di mantenere più alta la quota lavoro e ridurre il rischio di rivolta.
Lettura critica
L’articolo non dice semplicemente “l’AI porterà alla dittatura”. È un modello teorico, molto astratto, che mostra una possibile logica di economia politica: se l’automazione aumenta fortemente la quota del capitale e indebolisce il lavoro, allora le élite economiche possono trovarsi davanti a tre opzioni: rallentare l’automazione, redistribuire o reprimere. La novità è che, nel modello, più l’automazione avanza, più la repressione diventa compatibile con gli interessi del capitale.
Il limite principale è che il modello semplifica molto: assume una divisione netta tra capitalisti e lavoratori, uno Stato “capitalistico” relativamente unitario, e una rivolta modellizzata in modo astratto. Però il suo valore è concettuale: collega il dibattito sull’AI non solo a occupazione e salari, ma anche a stabilità democratica, conflitto sociale e apparati coercitivi dello Stato.
In una frase: Acemoglu, Gitmez e Shadmehr sostengono che l’automazione, se aumenta molto la disuguaglianza tra capitale e lavoro, può rendere la repressione una strategia politicamente ed economicamente più attraente della redistribuzione per le élite proprietarie.
Rassegna eventi: concludiamo questo Tuffo di sinistra con l’evento più gratuitista/accel dell’estate.







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