Tuffi/158
Arroganza AND/or insicurezza, libero arbitrio
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
“Guarda che XYZ è arrogante e mitomane ma in realtà nasconde una grande insicurezza”. Alzi la mano chi non ha mai costruito un pensiero secondo tale architettura. Parto subito con una domanda per voi con la mano abbassata: siete mai riusciti a pensare che qualcuno fosse arrogante e mitomane senza nel frattempo nascondere una grande insicurezza? Cioè perché degli insicuri semplici, gli insicuri-base riuscite a pensare che il buon Dio li abbia dotati solo dell’insicurezza, mentre i vanagloriosi mitomani altezzosi anche nella versione più economica hanno sempre finestrini e sedili foderati di insicurezza?
Non mi interessa difendere tanto il diritto alla vanagloria volontaria e non psicologizzata, mi interessa la simmetria della nostra mente, la mente di chi giudica. Cioè mi dispiace se per alcuni attributi neutri o di segno positivo la mente si accontenta di un certo livello di approfondimento o dietrologia, mentre per altri, di solito attributi di segno negativo, scatta un automatismo per cui bisogna arrivare al livello N-1, N-2, e bilanciare il segno con una causa più profonda.
Questa necessità di asimmetria potrebbe provenire da un mix di natura e cultura, un intreccio indistricabile di darwinismo e valori morali, spinta correttiva e ottimismo cosmico. Pensare il bene ci lascia più tranquilli che pensare il male. Il pensiero del bene è un pensiero finito, completo: YZX è buono, problema risolto, occupiamoci di altro. Mentre se ZXY è cattivo, allora abbiamo un problema. Un problema pratico di come arginare e disinnescare la volontà di fare del male, e un problema ontologico di capire perché il male. Da dove il male.
La verità è che nessuno di noi intimamente crede al libero arbitrio. Il libero arbitrio è un concetto insopportabile, inapplicabile, divino. Bisognerebbe essere dei per pensarsi veramente liberi. L’antropologia cristiana ha più o meno creato quella sopraffina impalcatura celeste e terrestre, ha detto all’uomo che era fatto a immagine e somiglianza di Dio e dunque libero di scegliere, libero di avere fame e non mangiare, di essere povero e non rubare, di superare la propria animalità.
Eppure forse non siamo degni di questa ipotesi. Ci spaventa. Ci terrorizza. Lo possiamo sopportare ma a una condizione, un gigante scarico di responsabilità asimmetrica: sono responsabile fintanto che faccio il bene. Se faccio il male, voglio subito un avvocato, uno psicologo, uno psichiatra e un logopedista a spiegare cosa c’era dietro. Perché io sembro cattivo, sembro uno stronzo, ma in realtà nascondo una grande insicurezza.




