Tuffi/157
Arkansas, Chiara Tagliaferri, Nicola Lagioia, maternità surrogata
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
Premessa. Se io fossi un intellettuale serio, mi sarei chiuso dieci giorni in casa a leggere, sottolineare, glossare il libro “Arkansas” di C. Tagliaferri e ne avrei scritto una puntuale recensione-fiume. Non solo perché è sulla bocca di tutti, ma perché l’utero in affitto è un terreno ancora contendibile, una battaglia campale su cui ancora gli schieramenti sono confusi, e in ballo c’è una cosa abbastanza grossa come i confini della sacralità e della dignità umana.
Purtroppo però non sono l’intellettuale che vorrei essere e quindi eccomi qui, senza aver letto il libro, ad accócchiare (bellissimo verbo napoletano) impressioni, recensioni, commenti, e a riportare tutto un po’ disordinatamente come sempre accade in questa newsletter amatoriale.
Pur credendo di essere sufficientemente al corrente del dibattito politico-letterario e del suo imminente orizzonte, ammetto che non l’ho visto arrivare. Ero rimasto a dei discorsi molto seri, qualche anno fa, in cui la stessa sinistra era spaccata. Anzi l’impressione era che una minoritaria componente transfemminista e genericamente accelerazionista stesse difendendo un artificio retorico iperliberista, contro cui una robusta e variegata maggioranza si stava compattando. Poi la (temporanea) fine dell’egemonia di sinistra, la destra al potere, e il reato universale di maternità surrogata (novembre 2024), avanguardia di giurisprudenza italiana a cui poca o punta opposizione fu sollevata, in Italia o fuori.
Insomma non ho visto arrivare questo libro di Chiara Tagliaferri, moglie di Nicola Lagioia ex-direttore del Salone del Libro, arrivare e saltare a pié pari almeno un decennio di dibattito; un libro piovuto da un possibile anno 3000, in una tempolinea in cui Elon Musk ci ha portati su Marte e Peter Thiel ha scritto la nuova costituzione interplanetaria, ma che agli occhi di un cittadino assennato del 2026 continua a rimanere una strampalata aberrazione, un alieno morale.
Sebbene la pubblicazione dell’alieno farebbe pensare il contrario, il dibattito sulla GPA esiste, è lungo e serio, ognuno ha la sua idea e non vorrei adesso ripercorrerlo da dentro perché sarebbe complicato. Vorrei lambirlo, rimanerne a cavallo, perché l’assurdità è innanzitutto formale ed esterna al tema.
Torniamo alla tempolinea. Non escludiamo che ci arriveremo a questa GPA svampita e ironica, leggera come comprare l’uva al mercato. D’altronde la storia della morale umana è una storia di lenti adattamenti e lente sofferenze, lenti attriti e lente battaglie vinte o perse. Non escludiamo dunque che il mondo di Chiara Tagliaferri verrà, e che pezzi di questo mondo stiano già ribollendo in qualche cucina, ma prima dell’utero in affitto dovrebbe avvenire una più ampia e trasversale desacralizzazione della persona. La prostituzione, la droga, il masochismo, la possibilità di alienare organi, di vendere sangue, la definizione di famiglia, la fluidità dei ruoli familiari, sono tutti temi che ad oggi, così come li concepiamo, non sono compatibili con l’utero in affitto. L’utero in affitto viene concettualmente dopo, e non prima, di un cambiamento radicale in tutte queste materie.
C’è solo un modo per infiltrare questo alieno concettuale all’interno del dibattito del 2026, un modo fatto di due ingredienti: lo storytelling e l’ironia. L’ironia, in senso ampio, è il mascheramento delle proprie affermazioni, un indebolimento del loro statuto di verità. Dico e non dico, dico sorridendo. Dico A e subito dopo dico che A è una scemenza. Il libro è costitutivamente ironico, fin dalla “nota dell’editore” in apertura, che prende le distanze dal libro stesso. Cioè: adesso pubblichiamo questo libro, ma mica va letto veramente alla lettera! Va letto un po’ così, poeticamente.
Lo storytelling è l’altra metà. Potremmo dire che è l’ideologia specifica attraverso cui bisogna leggere un testo affinché abbia un senso. Il cuore irrazionale e non-interrogabile del discorso. In questo caso la parola magica è “amore”. Quando in una frase, in un gesto o in un contratto di noleggio organi voi leggete o sentite la parola “amore”, allora va bene tutto.
Altro tòpos ricorrente nel libro sembra essere “L’alleanza tra donne”. Qui, invece che nel 3000, siamo tornati al al 1600. Siamo davvero ancora a questo punto, ancora così in balìa di vecchi trucchi? Sembra di sentire i dirigenti d’azienda che dicono ai sottoposti che reclamano le ferie “ma noi non siamo un’azienda, siamo una grande famiglia!”. Queste frasette non erano state saggiamente demistificate, peraltro dalla stessa sinistra, qualche secolo fa?
In effetti un ingrediente manca ancora. Forse è poco elegante, sicuramente la lente della Social Justice War è stata un’arma retorica banale e spuntata in moltissime occasioni recenti, ma in questo caso mi sembra calzante: non si può capire la ricezione omertosa e/o lisergica da parte della critica culturale se non si guarda al ruolo che il marito dell’autrice ha ricoperto nell’industria editoriale italiana.
“Viviamo in una società”, dice il meme per prendere in giro chi si scandalizza per le fragilità dei gruppi umani e la paura di restare soli. Dunque non siamo qui a scandalizzarci se chi campa di cultura ci pensa dieci volte prima di stroncare Arkansas, o di urlare pubblicamente il proprio orrore per come Lagioia e la moglie hanno ottenuto la figlia. Quello che proprio non è tollerabile è che questo libro non provenga da Giuseppe Cruciani, o Javier Milei o un altro turboliberista a piacere; proviene da persone che ancora flirtano con una certa idea (o immagine, o posa) di anticapitalismo.
Bonus track (per stomaci forti), recensione di ‘Arkansas’, di Jonathan Bazzi sul quotidiano Domani:
“La natura si altera e sovverte in moltissimi modi, il corpo umano si controlla e medicalizza in continuazione, ma quando si tratta di genitorialità, per chi sta fuori, tutto di colpo si fa ancestrale e intoccabile. Non c’è più spazio per la ragione e l’empatia, ma solo per il catechismo del sentito dire e il moto di nervi…
In quest’epoca di truppe schierate e polarità morali, quasi nessuno dice che il desiderio scompagina, spariglia le carte: la vita reale mal sopporta le palizzate assolute, i confini sigillati. Arkansas è così anche un esercizio per la nostra curiosità, ci insegna a sospendere il giudizio e a entrare nelle vite degli altri. Perché a molti piace sottolineare il ‘valore politico’ delle cose, ma spesso si intende lo spirito di squadra, da partito: noi abbiamo ragione e voi torto. In realtà la politica dovrebbe essere la pratica delicata, complicatissima, di bilanciare le ragioni di tutti, la volontà e il bene di tutti: è fare i conti coi diritti, i limiti e le zone radicali, accettare che gli sfondi tradizionali non sono, di per sé, i soli opportuni, validi, sani. La politica e chi se ne occupa dovrebbero liberare i corpi e le relazioni, assottigliando sempre più l’ingiustizia e gli abusi di potere. Oggi, nel 2026, nessuno dovrebbe avere, in automatico, più diritto di un altro di essere genitore.”
Prendiamo l’ultima frase. “Oggi, nel 2026, nessuno dovrebbe avere, in automatico, più diritto di un altro di essere genitore”. In quale sistema di segni questa frase ha un senso compiuto? Cosa sono, questi, se non i pensieri tremolanti di un precario lavoratore della cultura con la rivoltella della moglie dell’ex direttore del Salone del Libro puntata alla tempia?
Se Annamaria Franzoni avesse sposato l’ex direttore del Salone del libro, oggi staremmo discutendo con toni lisergici dell’imperscrutabile e serendipita complessità desiderante che può celarsi dietro la scelta di un’interruzione di gravidanza al terzo anno.




