Tuffi/156
Discorsi sui quartieri, sui nomi e sulle radici
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
Le persone si giudicano dal tempo e dal modo in cui si ricompongono dopo il controllo al metal detector.
I figli crescono in un quartiere e non in una casa. Questa intuizione, apparentemente ambigua e a tratti banale, merita un po’ più di attenzione. Stiamo dicendo che a parità di Capex investito in abitazione, diciamo per esemplificare che la scelta sia un attico bellissimo in zona periferica vs. un modesto piano terra in zona centrale, il ritorno sull’investimento è molto più alto dalle frequentazioni del centro più che dalla venerabilità della bella casa.
Non ho i numeri per dimostrare ma l’esercizio è facilmente verificabile tramite oracolo IA.
In una città grande, andare ad abitare in un quartiere nuovo scegliendolo col dito sulla mappa è una tentazione sempre latente. L’ipotesi regala un inesauribile apparente senso di eccitazione che però, se la scelta viene presa seriamente in considerazione, lascia presto spazio allo smarrimento dell’apolide, alla sradicatezza. Molti cuori dopo una prima analisi della situazione, dopo le prime fantasticherie e confronto dei più vantaggiosi prezzi/mq, si ritraggono e tornano a interrogarsi sul vero senso dell’operazione.
Sono forme di felicità diverse. È come dare a un figlio un nome alieno alla famiglia, o talvolta alla cultura (nomi esotici, nomi senza santo sul calendario). L’idea è emozionante, liberatoria, fa sentire i primi coraggiosi emigranti che tagliano i ponti col vecchio e vanno a fondare una civiltà totalmente nuova.
“È un bel nome, è un bel suono”; “è un bel quartiere, c’è una bella luce”.
Ma questo discorso è potenzialmente infinito. Ci sono infinite combinazioni di suoni, infiniti quartieri. Il criterio della novità e della bellezza senza legami rischia di essere inesaustivo, circolare, infondato.
Salvo traumi maggiori, fino a quando si può ricominciare una vita da zero nella ragionevole speranza che sia molto migliore di quelle precedenti? La famiglia è una gabbia, il quartiere è una gabbia, ma abbiamo già esplorato quasi tutto anche al di fuori. A un certo punto, più che semplicemente (e mai definitivamente) evadere, non rimane che rifondarle da dentro.
Per l’incrocio di quanto espresso sopra, in ogni zona o quadrante delle grandi città, anche in quelle più degradate si creano delle isolette felici e “ricche”: perché spesso chi ce l’ha fatta a sopravvivere con agio alla lotta non vuole trasferirsi troppo lontano, ma rimanere nel suo brodo di coltura.
Incursione di attualità: due cose da citare sull’accoglienza sopraffina di Xi Jinping a Trump. La prima è che Xi ha fatto cantare YMCA durante la cena per gli amici americani, che è un po’ il principio dei massaggi alla carne kobe.
La seconda è che sempre Xi in un discorso ha citato la “Trappola di Tucidide”. All’apice della depravazione morale e della bassezza culturale dell’egemone occidentale, Xi guarda noi orfani europei abbandonati e ci lusinga usando una ‘nostra’ fonte di saggezza. Qui il manzo kobe massaggiato saremmo noi, e d’altronde non è facile resistere a queste sirene, se dall’altra parte sono messi così.




