Tuffi/155
La barbarie siamo (cong.) noi, la nuova linea editoriale del Foglio, Ernesto Galli della Loggia
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
Osservatorio Foglio: è visibile da tempo, dal 7 ottobre e poi dalla seconda presidenza Trump. C’è uno scisma sommerso nel Foglio. È uno po’ lo stesso scisma che c’è nella destra americana, e forse nella destra di tutto il mondo. Un tempo lì era tutto neo-conservatorismo: l’Occidente come argine alla barbarie, poliziotto del mondo, con le buone o con le cattive ma sempre concependo le botte come un mezzo e non come un fine, perché continuava a esistere un fine razionale, per quanto spesso miope o paraculo: il logos è una risorsa, ha senso parlare, e noi siamo il punto più avanzato di questo discorso.
Noi secondo il Foglio (a destra Luciano Spalletti)
Dopo quell’atlantismo ci fu la parentesi europeista. Tra gli USA che traballano e la Cina che è cattiva by design & definition, noi europei rimarremo pure indietro con le nostre lentezze ma almeno restiamo fedeli all’unica cosa che sappiamo fare: essere intellettualmente onesti, riconoscere le invasioni, gli invasi e gli invasori, tenere la libertà come principio regolatore. Un europeismo liberale classico.
Adesso, cioè dal 7 ottobre, la musica sta cambiando. In questo caso è Michele Silenzi, con forma piuttosto forbita, a dettare la nuova linea. Con l’ampia metafora su Europa e Narciso, l’invito compare già nel titolo: dobbiamo sporcarci le mani. Diventare noi i barbari.
Essendo partiti da basi teoriche così lontane e antipodiche, è difficile pensare che questa evoluzione sia un movimento “interno”, mentre sospettiamo che questa voglia di tapparsi il naso e assaggiare un po’ di barbarie avvenga su spunto esterno: non lasciare israele da solo con le mani sporche di genocidio. Se israele ha le mani sporche di sangue, e se vogliamo mostrarci veri amici, adesso ce le sporchiamo anche noi. Anche se è del tutto irrilevante, anche se non sposta niente degli equilibri sul campo: è sul piano morale che dobbiamo scendere a salvarlo.
Questo articolo va in qualche modo a braccetto con un editoriale di Galli della Loggia, uscito qualche giorno fa sul Corriere della Sera. Qualche estratto:
La storia proietta i suoi effetti sui tempi lunghi, la storia è solita dare appuntamenti non per l’indomani ma a distanza di decenni. È dunque solo oggi che vediamo con chiarezza che cosa ha significato per l’Italia la Seconda guerra mondiale e la sconfitta subita, che cosa essa ci ha lasciato in eredità. La definirei «la sindrome dell’inerme». […]
È dunque più che comprensibile che nell’articolo 11 della Costituzione sia iscritto il rifiuto di qualunque bellicismo. Vale a dire il rifiuto della guerra «come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo per risolvere le controversie internazionali».
Ma mentre rifiutare il bellicismo ha certamente un senso, ed un senso positivo, invece, essere «contro la guerra» un senso non ce l’ha. Non vuol dire concretamente nulla. Per la semplice ragione che non ha alcun senso logico essere contro qualcosa che non dipende da te. È del tutto ovvio, infatti, che perché ci si ritrovi in guerra è sufficiente la volontà di una sola parte, di chiunque altro ti aggredisca e per ciò stesso ti costringa alla guerra per la necessità in cui vieni a trovarti di difenderti. Infatti — del tutto coerentemente e saggiamente — in un successivo articolo, il 52, sempre la Costituzione proclama «la difesa della Patria» essere niente di meno che un sacro dovere del cittadino. In tal caso, cioè, essa proclama la guerra addirittura «un sacro dovere»: appunto perché si tratta di una guerra di difesa. Che comunque sempre una guerra è. Ma se la Costituzione scrive una cosa, la politica e poi la Storia sono pronte a fargliene dire un’altra. Esattamente come è capitato in Italia, dove la pluridecennale propaganda pacifista in funzione antiamericana e filosovietica del Partito comunista, sommandosi a una radicata tradizione religiosa popolare e di parte consistente delle élite cattoliche, hanno diffuso la convinzione — radicale, capillare, vastissima — che la nostra Costituzione, comunque, e in ogni caso «proibisce la guerra».
L’articolo prosegue ma fino alla fine non c’è traccia del grande dettaglio: non solo abbiamo perso la guerra, ma da allora siamo militarmente occupati dai vincitori.
L’articolo di GdL ha senso in astratto, nel vuoto leggero delle idee, ma non ha il coraggio di nominare la parte piena del problema, e l’omertà di non nominare chi da 80 anni decide a quali guerre iscriverci e quali interessi difendere rende l’operazione complessivamente dannosa. Il riarmo di cui tanto si parla non ha nessun senso se concretamente significa comprare armi dallo stesso paese che ci minaccia a giorni alterni.
La differenza è tutta lì ed è sostanziale. L’ossessione della non-violenza ha fatto i suoi danni, ma finché non siamo neanche liberi di iniziare un discorso sensato sul nostro interesse nazionale, molto meglio restare inermi.
Come fare a riconquistare la sovranità e quindi la possibilità di riarmarsi con un senso resta la grande domanda, e difficilmente le promesse di Trump di una ritirata unilaterale saranno seguite dai fatti.
Molto prima di ricominciare a parlare di naja, carri armati e armi, bisognerà tornare a parlare onestamente dei nostri interessi. Le armi sono l’ultimo, il più brutto e inauspicabile mezzo per difendere un fine. Se facciamo finta che il fine non ci sia, o continuiamo ad accettare che venga imposto da altri, o se il fine diventa addirittura la barbarie* suggerita dal Foglio, è meglio (da ogni punto di vista, da quello godereccio a quello strettamente strategico) rimanere lucertole stese al sole a sorseggiare pizza e mandolino.
*in questa circostanza non possiamo più di tanto approfondire quanto l’auspicarsi di diventare “barbari” sia la più disonorevole e scomposta delle sconfitte, prova di un Occidente davvero marcescente, devastato nell’anima. Il declino degli imperi non è una novità nella storia dell’umanità, ma che questo declino venga accompagnato da questa disperata mancanza di stile e lucidità è un male che speravamo di non vedere. E tutto sommato, tagliati alcuni cancri che cercano di trascinarci nella tomba della storia con sé stessi, forse non è neanche scritto che il nostro intero destino debba finire così.





