Tuffi/154
Espandere Letterboxd
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
Oggi parliamo di un’idea di startup. Per anni ho custodito quasi gelosamente le piccole idee di business che mi venivano. Adesso che sono abbastanza sicuro che non le realizzerò mai, ho pensato che sia meglio condividerle col lettore, che potrà farle sue per realizzarle (magari, una volta diventatone molto ricco, riconoscendo una piccola percentuale all’anziano tuffatore) o anche solo per stuzzichìo intellettuale.
Parliamo di un’idea a partire da un’app già esistente e mediamente diffusa: Letterboxd. Come molti sapranno, è un’app nata per recensire il cinema in modo social, ricordare e ricordarsi quali film hai visto, quali registi ti piacciono, etc.
L’idea è che questa ‘archiviazione socializzata’, che Letterboxd fa per un campo di esperienze molto ristretto (vedere film e serie tv), andrebbe invece estesa a tutte le sfere di consumo, sicuramente quello culturale (mostre, musei, concerti) ma anche sensoriale tout-court (ristoranti, bottiglie di vino, cantine vinicole, Spa, etc.).
Il movente, che i nostri investitori vorranno chiamare value proposition, è duplice: la possibilità di centralizzare la memoria (movente interno) e capitalizzare lo sfoggio (movente esterno) di tutti i consumi che facciamo. Alcune ragioni sparse:
Stiamo perdendo la memoria. Quando questa perdita sarà più evidente, il senso dei consumi ci apparirà meno chiaro, e molti settori di consumo rischieranno di scomparire. Ad esempio, leggere un libro è un’esperienza vagamente piacevole, più di scavare in una miniera ma molto meno di mangiare Nutella col cucchiaio. Ma il successo dei libri sta nel fatto che quel tempo speso mi farà imparare e ricordare delle cose, spendibili nel tempo futuro. Se queste cose non le ricorderò più, al punto che non saprò neanche ricordare se ho letto quel libro o no o cosa ne ho pensato durante la lettura, l’intero leggere diventerà sempre meno attraente rispetto alla crema di nocciole.
Happiness real only when shared. Questo incideva Christopher McCandless nei nostri cuori liceali mentre ancora non potevano realizzare – mancavano pochi mesi, pochi anni – quali nuovi e penetranti livelli avrebbe raggiunto la parola “share”, condividere.
Dall’inizio della civilità a oggi, la socializzazione procede linearmente insieme allo sviluppo tecnologico. Nonostante in alcuni momenti ci possa sembrare che la misura sia colma, che quella fase di oversharing è passata e nel frattempo promettiamo a noi stessi di non condividere mai più foto di piedi sul lettino o figli in braccio, questi sono solo brevi rigurgiti di una resistenza estetica individuale, probabilmente momentanea, mentre il mondo e la storia dell’umanità procedono nella direzione di sempre maggior condivisione.
Nel senso che ci interessa, potremmo estendere le parole di McCandless a tutto il regno dell’esperienza, e dire che Experience is worth only when shared.
Se dall’antica Grecia ci è arrivato un frammento sulla nostra essenza, non è tanto per dire: se Aristotele ha detto che siamo ‘animali politici’, non è che lo siamo moderatamente, entro certi limiti o a piccole dosi. Dobbiamo prendere i classici molto sul serio, assumere che la loro validità possa arrivare alle estreme conseguenze.In un mondo in cui tutti possono genericamente sostenere di essere andati in Polinesia o al ristorante stellato, il valore sarà sempre meno nell’esperienza fugace in sé, e sempre più nella capitalizzazione/ certificazione/ socializzazione della stessa. Una funzione integrata con tecnologia blockchain potrebbe certificare che sei stato nel tale ristorante e hai completato il menu da 8 portate solo se il ristoratore conferma a fine pasto.
Argomento minore, che prende spunto dai film ma vale per molte altre cose: la critica di un’opera, specialmente se non ambisce a parlare su un piano artistico ma la commenta dal punto di vista dell’intrattenimento per eventuali altri fruitori invogliati dalla lettura del commento, non ha più senso se costruita da uno sguardo “assoluto”. Faccio un esempio: è chiaro che la percezione di un film è mediata dal mio stato d’animo in quel pomeriggio, dal mio vissuto delle ultime due settimane, e più in generale da chi sono, che lavoro faccio, se sono fidanzato, quanti anni ho e quanti soldi ho. Il fatto che le piattaforme oggi non segmentino e targettizzino la critica, tanto in entrata (chi la scrive) quanto in uscita (chi la legge), è un residuo del passato che potrebbe essere facilmente superato dalla tecnologia. Non voglio sapere come la media aritmetica dell’universo mondo ha valutato un film che potrei vedere domani al cinema, non voglio vedere il peso delle stelline messe dagli ultrasettantenni: voglio sapere come lo hanno valutato i miei simili più prossimi.
Per riassumere, bisogna fare un’app che registra, sintetizza, archivia e mostra tutto ciò che mangi, leggi, senti, vedi, ascolti, corri, sudi, salti, pedali, bevi, lecchi.
Si dirà che queste app già esistono e sono frammentate. È vero, ma solo alcune sono volte attivamente nelle direzioni di archiviazione e sfoggio che diciamo. Un esempio su tutti: Google Maps svolge già la funzione di archiviazione, perché con la stellina più o meno segno che sono stato in un posto buono o panoramico. Ma GMaps lo ricorda soltanto a me, dunque manca tutta la parte di flexxaggio verso il prossimo.
Solo Letterboxd risponde quasi pienamente alla nostra idea, ma lo fa per un settore dell’esperienza molto ristretto.
Spero di avervi convinto. Il nostro elevator pitch è terminato. Grazie dell’attenzione.





ti sussurro all'orecchio un'espansione della tua idea che potrebbe essere ancora più disruptive per la civiltà umana: la stessa cosa, ma per il dating.