Tuffi/151
Borseggiatrici, impiccagione selettiva, rimpiangere Cingolani
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
Stamattina, nella metro di Milano, una voce dall’altoparlante diceva “Fate attenzione alle borseggiatrici e ai borseggiatori”. È una battuta stupenda, incartata perfettamente, elegante come quelle che ormai ci piacciono. La migliore che ho sentito questa settimana. Ma da quando siamo tutti diventati sommelier delle battute? Da quando viviamo nell’attesa costante di ridere? Un tempo, Chatgpt può confermare, ridere era considerato un comportamento demoniaco. Ridere sguaiatamente era sintomo di un animo posseduto. Probabilmente perché, innanzitutto, non c’era niente da ridere. Non riesco a non pensare che la storia dell’ironia sia la storia del nostro benessere. Stiamo meglio, abbiamo meno cose materiali o gravi di cui lamentarci, meno cose serie per cui batterci, e allora catalizziamo le energie mentali - che pure bisogna sfogare in un qualche conflitto - su conflitti mentali, sofisticherie, calembour politici. La satira è un ottimo dissipatore di energia. Allevia la tensione. è catartica, come le tragedie greche. Come i guerrieri sono gli eroi dei tempi duri, così i satiri sono gli eroi dei tempi morbidi. Perché la pace sociale è un bene in sé, e dunque sfogare i propri impulsi in attività incruente è encomiabile. Ridere non solo è bello ma è anche necessario, aiuta a stare in forma, come correre la mattina o espletare i bisogni fisiologici con regolarità. Mi rendo conto che suona insincero affermarlo senza qualche velo di ironia, ma avremo nostalgia dei tempi spensierati che viviamo. Inclusa l’abbondanza di satira, non sempre di alto livello. Raramente al livello dell’annunciatrice della metro di Milano.
Accurato editoriale memetico
Sulla impiccagione selettiva in israele
Noi siamo a favore, e non contro, a nuove leggi che sanciscano e facciano emergere alla luce dei giornali l’apartheid in israele. Noi siamo a favore, e non contro, alla radicalizzazione della società israeliana e alla separazione della morale israeliana dal resto dell’umanità. Stavolta non possiamo perdere l’opportunità di 70, 80, 90mila martiri e milioni di sfollati e mutilati in tre anni per tornare al solito status quo in cui gli israeliani tornano a fingere miti consigli e la società occidentale può tornare a leccare quei piedi. L’etnostato in terra palestinese deve saltare. Ma israele è troppo armato e finanziato per essere piegato dall’esterno, dunque deve collassare mentalmente all’interno. Questo collasso passa dalla radicalizzazione della follia e della barbarie, e quindi dall’isolamento e dallo stigma internazionale. La pena di morte selettiva, che già esisteva nei fatti e ora è nero su bianco e sulle spillette a forma di cappio, è un’ottima opportunità per convincere i nostri governanti, i nostri amici e i nostri commensali che quel paese, così com’è stato progettato, non deve più esistere per il bene dell’umanità.
Rassegna difesa: gira voce che Cingolani non sarà confermato come AD di Leonardo. Rischiando di litigare con una bella fetta di lettori lefty, devo ammettere che, un po’ come Crosetto, Cingolani mi è sempre parso bravo. Certamente non ha interrotto ogni rapporto commerciale tra Leonardo e israele, così come quando era ministro dell’Energia non ha interrotto ogni influenza di Eni sulla nostra politica energetica. Diciamo, in sintesi, che da ministro e da amministratore non ha avuto la rettezza morale e il coraggio che noi coraggiosi scrittori di newsletter sabatiche abbiamo più volte dimostrato di avere.
Eppure, tra quella schiera di condannati all’inferno che sono i governanti - al contrario di noi, che andremo in paradiso -, mi pare uno tra i più capaci.
I commentatori più informati riconducono la mancata conferma a dissapori tra Cingolani e il governo, per troppa libertà industriale e addirittura lesa maestà alla potenza regnante, sempre loro, gli USA. Copincollo da Startmag:
Secondo diverse ricostruzioni, alla base del deterioramento dei rapporti tra Cingolani e il governo vi sarebbero divergenze sulla strategia industriale e sulla gestione del gruppo.
“Due le ipotesi, o meglio, soprattutto una: il carattere fumantino, impolitico e troppo autonomo di Cingolani” secondo La Stampa. “In tre anni l’ex ministro ha costruito accordi con le francesi Airbus e Thales nello spazio, con i turchi di Baykar nei droni, con i già citati tedeschi di Rheinmetall nella difesa di terra. Poi è arrivato il “Michelangelo Dome”, il progetto di difesa aerea grazie al quale contava nella riconferma. Un investimento da oltre venti miliardi di euro e – dicono i maligni – poco gradito al Deep State americano” scriveva ieri il quotidiano torinese.
Lo scorso 27 novembre l’azienda ha presentato infatti il programma Michelangelo Dome, cioè la propria “visione sviluppata negli ultimi tre anni” di un sistema di difesa aerea integrato che “sta facendo di Leonardo un’azienda multidominio che deve garantire la sicurezza globale da ogni tipo di minaccia” aveva annunciato il ceo del gruppo, Roberto Cingolani.
A puntare i riflettori sul Michelangelo Dome come possibile pomo della discordia anche Class Cnbc. “In Ucraina si inizia nel 2026 a testare Michelangelo Dome e questo sicuramente non ha fatto piacere ad alcuni circoli militari e della difesa degli Stati Uniti che non vedono di buon occhio il fatto che un sistema d’arma, un integratore, una piattaforma come quella pensata da Leonardo e da Cingolani possa essere messa in campo, non agli ordini della difesa americana e forse anche in competizione con altre soluzioni come Iron Dome o la difesa integrata che gli Stati Uniti hanno pensato e che vediamo all’opera proprio in questa fase” ha osservato il direttore di Class Cnbc Andrea Cabrini.
Rimpiangeremo tutto.


