Tuffi/147
Speciale La7: Lilli Gruber, Gabanelli, Propaganda; La via del petrolio
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
Lilli Gruber ha fatto la storia del giornalismo italiano, e adesso sta facendo quella del conduzionismo nella fascia d’oro, il cuore della prima serata, le ore Otto e Mezzo. Abbiamo isolato la ricetta della sua capacità conduttiva, spogliandola della parte semantica e restituendovi il puro scheletro. Il lettore ne apprezzi in particolare la strategia di risparmio energetico, pura concatenazione enigmistica, che permette alla conduttrice di prestare giusto un filo di attenzione sonora e nel frattempo dedicarsi ad altri sogni.
Lilli: Ospite A, prego: argomento a piacere
Ospite A: Lorem ipsum dolor sit amet, consectetur adipiscing elit, sed do eiusmod tempor incididunt ut labore et dolore magna aliqua.
Lilli rivolgendosi ad ospite B: “Et dolore magna aliqua”, è d’accordo con A, ospite B?
Ospite B: Ut enim ad minim veniam, quis nostrud exercitation ullamco laboris nisi ut aliquip ex ea commodo consequat.
Lilli rivolgendosi ad ospite C: “Ut aliquip ex ea commodo consequat”, dice B. Caro C, pensa sia sempre stato così?
etc.
Molti di voi avranno sentito Milena Gabanelli dire durante il tg di Enrico Mentana, qualche giorno fa, la seguente frase:
“Mi pare che quello che è successo 80 anni fa è stato ripagato. Li abbiamo ringraziati. Continuiamo a ringraziarli, continuiamo, dobbiamo continuare a farci i conti, sono il paese il nostro più forte alleato. Però non è che Dio ci ha ordinato di metterci a 90”.
È circa la prima volta, in questi 80 anni, che una giornalista così popolare dice una cosa così concettualmente giusta e forte verso gli Usa, peraltro in uno spazio così asettico e all’occorrenza servile (non dimentichiamo i “settlers”) come il Tg di La7. E d’altronde è curioso che questa frase potentissima e di sinistra sia stata subito condita da una battuta sostanzialmente omofoba, o comunque di una volgarità un po’ desueta, che oggi si farebbe fatica a ritrovare in un bar di provincia.
Conoscendo la Gabanelli, giornalista di specchiata fede progressista, viene addirittura il dubbio che possa addirittura essere stata una gaffe cercata. Avanza un’ipotesi. Per bucare lo schermo dell’indifferenza geopolitica, Milena si è immolata sull’altare del pol. corr.. E ci è riuscita, perché in effetti lo spezzone è girato, sulle ali dello stupore e della comicità che genera quel pizzico di grottesco. Costruisco un cavallo di Troia (eheh) con una parolaccia visiva, e intanto faccio girare sui telefoni di mezza Italia, anche la parte più impolitica, il cuore del messaggio, cioè che dobbiamo liberarci dalla morsa degli Usa.
[Non lo so, è solo un’ipotesi. L’altra ipotesi è che la Gabanelli sta invecchiando come gli anziani incontinenti.]
Propaganda
Poiché la vita è una continua smentita delle proprie convinzioni immediate e una lenta conferma delle idee degli altri, vedere programmi tv come propaganda non mi fa soltanto percepire che siano orribili oggi, ma mi fa ipotizzare (ben più dolorosamente) che esista una fase della vita in cui quell’umorismo piace.
Inizialmente uno si chiede: come può funzionare questo format? Propaganda ripropone tutto l’imbarazzo della vita in diretta. Se la tv aveva superato la tecnologia del teatro per la possibilità di preparare lo spettacolo e depurarlo di tutta la schiuma inutile che generiamo mentre viviamo live, propaganda infrange questa regola, inverte la freccia del tempo. Senza entrare nel merito della pedanteria con cui è disegnato ogni intermezzo, è l’atmosfera stessa a essere asfissiante, con l’orchestrina a mettere i puntini sulla i di imbarazzo.
Guardare Propaganda genera lo stesso imbarazzo che genera uno spettacolo di burlesque. Il burlesque è una discoteca per sobri, dove c’è una cubista e cento maiali che la guardano senza diluire il gesto nella scusa dell’alcol e della musica travolgente. Mutati alcuni fattori, Propaganda ricostruisce quella stessa atmosfera. Il tempo sembra non passare, ogni secondo si conta sulle dita di quattro mani, e chi è sul palco a fare il suo pezzetto di stand-up comedy travestita da altro si spoglia lentamente fino a rimanere nudo, implorante un briciolo di compassione a qualche milione di italiani che intanto non beve e lo guarda desiderando che vada oltre, che stacchi un’altra bretella e rilasci ancora un po’ di dignità.
Il Pojana. Andrea Pennacchi. Egli è l’apice di quella sensazione di angoscia che dicevamo sopra, sul nostro tempo che non è ancora arrivato. Guardiamo Andrea Pennacchi e sentiamo l’angelo della vecchiaia seduto sul divano insieme a noi, che ci guarda mentre non ridiamo. Allora pensiamo: maledetto mietitore, anche noi dovremo passare per queste tue forche prima di incontrare sorella morte?
C’è poi una parte estetica che non riesco ancora a sviluppare come si dovrebbe. Gli uomini di mezza età con la barba e la t-shirt nera. Intuisco che questa rigidissima scelta di costumi sia voluta e risponda a molte esigenze, dei protagonisti e del pubblico. Ma non sono ancora pronto. Su questo punto ci dobbiamo risentire.
Rassegna video: un documentario in tre movimenti di Bertolucci, La via del petrolio. Raiplay, timido pozzo di meraviglie






Osservazioni condivisibili su Propaganda, programma che esiste in una linea temporale che fa pensare al film It follows (2014, consigliato). È una piccola miniera sulla quale secondo me si può già scrivere un saggio tra le 150 e le 200 pagine, solo che venderebbe poco. Su Gabanelli, senza nulla togliere, credo che la questione sia davvero (un poco) di senilità, ma certe verità non vengono quasi mai formulate nel modo pettinato che vorremmo e quindi va bene anche così.