Tuffi/136
Consumismo salvifico, giocare i giochi, i miei pronomi politici sono
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
Intenzioni natalizie. A guardare le merde tirchie egoiste pezzenti che siamo diventati senza più alcuna vergogna, senza più giudizio né biasimo, gente che per i compleanni non regala nulla e se regala soppesa in base a ciò che il festeggiato offrirà - bene: versando in questa situazione, è veramente un’àncora di salvezza che esista un giorno l’anno, almeno uno, in cui siamo socialmente costretti a comprare cose non a noi stessi ma agli altri.
Se pure rimuoviamo ogni residuo di spiritualità, di attualità, Gesù bambino, la terra santa, i poveri, gli orfani e i bombardati: foss’anche rimasta soltanto questa materialità consumistica piatta, la convenzione di fare regali, tutto sommato sarebbe comunque un risultato miracoloso a cui aggrapparsi mani e piedi.
Per i suddetti regali, mi sono recato in una giocheria (attenzione, non giocoleria, ma giocheria. Questo è un discorso di dettagli). Cercavo un gioco da tavolo (attenzione, da tavolo e non da tavola, ma forse questo era più facile), e mentre mi informavo con la coda dell’orecchio ascoltavo gli altri avventori confermare un’attitudine verbale che avevo già orecchiato decenni fa e poi rimosso. Un ragazzo ha detto a una cassiera, coetanea e dall’aria molto esperta: “L’ho giocato la scorsa settimana, stupendo”.
I gamer non dicono che giocano ai giochi, o coi giochi, ma giocano i giochi.
In questo uso transitivo deve essersi condensato, nella testa dei giocanti, una profonda intenzione di degnificazione. Nella testa del gamer l’oggettificazione è forse la massima nobilitazione possibile. In principio era “io gioco con il gioco”. Io soggetto, gioco predicato, con il gioco complemento di strumento. Ma se il soggetto è uno per definizione (il gamer), allora subito sotto nella gerarchia non può che esserci l’oggetto, che è ben meglio dello strumento. Anche perché poi lo strumento presupporrebbe individuare altri fini, magari ludici, o di apprendimento, etc. Mentre il gioco è il fine in sé.
Allora la frase diventa “io gioco il gioco”.
C’è perfino qualcosa di sessuale in questa oggettificazione. L’impadronirsi del gioco. Ti ho giocato da cima a fondo, vecchio straordinario stupido gioco, e tu eri lì con quella tua architettura machiavellica e sofisticata ma comunque a obbedire muto e impassibile ai movimenti del mio giocarti.
Volge al termine l’anno del cinquantenale della morte di Pasolini. Concediamoci allora un’ultima postilla, non tanto sul poro Paseüla che quest’anno le ha prese da destra e sinistra, forse anche troppe, quanto su una questione di metodo.
La mia tessera di partito. I miei pronomi politici.
Uno dei classici argomenti per difendere l’identità lefty di Pasolini è dire che era iscritto al PCI. Ma allontaniamoci dal poeta e del PCI, che non sono l’oggetto di questa polemica ma ci servono solo come struttura formale dell’argomento, e traduciamo quell’impostazione in termini contemporanei a noi.
Questi riferimenti esterni, “oggettivi” e indubitabili, possono contribuire a definire meglio l’identità di una persona, ma non sono mai dei punti fermi o degli ostacoli insormontabili. Le identità (e le definizioni, cioè identità + linguaggio) sono il frutto della negoziazione tra i soggetti e la comunità dei parlanti e dei giudicanti. Il nostro peso specifico è irrilevante rispetto alla quantità degli altri da convincere, anche - e soprattutto, in questo caso - nella definizione di noi stessi. Non c’è nessun principio di auto-autorità che ci garantisca di essere definiti o ricordati come vorremmo.
La fallacia iniziale, aggiornata al discorso contemporaneo, suonerebbe più o meno così:
“Io ho avuto la tessera dei comunisti, ho votato comunista, quindi sono comunista. I miei pronomi sono comunisti. Avvicinatemi solo alla galassia semantica della sinistra, e nessuno osi accostarmi alla destra.”
Gentile interlocutore, stimato intellettuale: c’è anche il caso che tu abbia votato così per sensi di colpa, per vigliaccheria, per omologazione, per quieto vivere, per compiacimento o per non aver capito nulla, o chissà quale altro problema che in nessun modo influenzerà come noi ti chiameremo, ti definiremo e ti valuteremo tenendo in poca o punta considerazione quale tessera tu avessi nel portafogli.
(E, ovviamente, anche quando ti dovessimo definire conservatore, o reazionario, o antimoderno o nostalgico, avremo il buon senso e l’onestà intellettuale - rarissima in questa circostanza, ma che deve conseguire dalle premesse iniziali - di non usare queste parole per estrometterti dal recinto del discorso. Sarà solo un modo per proseguire il dialogo su binari più chiari e precisi. Non sarà la fine della comunicazione, anzi sarà l’inizio di una tua più feconda comprensione).


