Tuffi/134
Francesco Pacifico, prefazione a 'Storia della fama', di Alessandro Lolli
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
Il nostro mondo crolla, la geopolitica si accartoccia sui propri modelli, orologi rotti vengono festeggiati in pubblica piazza per una presunta esattezza dell’ora, Calenda portato sulle spalle dai compagni antiamericani… e Tuffi cosa fa? Diserta, si allontana fischiettando, si finge morto. Non a caso Majakovskij aveva fatto quel paragone tra topi, intellettuali, etc.
Però, se ci è concesso, anche la diserzione va fatta con gusto. Qui si diserta in pompa magna. Grazie a una sottile trama di accordi editoriali, siamo onoratissimi di poter pubblicare la prefazione al libro di Alessandro Lolli, Storia della fama, edito da Effequ.
Il libro, in pieno stile lolliano, è una gioia per la linearità del pensiero. Prende un argomento - la fama - e lo sviscera dall’inizio della sua storia fino ai nostri giorni, con le recenti pieghe sociali e parasociali che intuite. Originariamente il libro doveva avere un titolo più generazionale/esoterico e meno autoesplicativo:
“Saremo famosi”.
La prefazione è scritta da Francesco Pacifico (di cui prima o poi dovremo parlare) (bene) ed è fulminantemente bella.
Al cuore di questo libro c’è l’umiliazione. Il tema in apparenza è leggero. La fama c’è sempre stata. È la sorella sciatta ma divertente della Storia. Finché la tecnologia non ha cominciato a complicarla, è stata una cosa per pochi, con dei vantaggi e degli svantaggi. Mostruosa. Deliziosa. Da quando è diventata una cosa per tutti si è trasformata in una macchina da umiliazione. Ciascuno di noi è tenuto a una qualche forma di fama: la tecnologia mette a disposizione palcoscenici di vario tipo, e non possiamo esimerci dal provare a parlare agli altri dall’alto in basso, pure a costo di scambiarci le parti continuamente per lasciare tempo agli altri di fare lo stesso. Ora che siamo costretti alla fama siamo anche costretti a farci continuamente misurare. Non nel contesto della vita normale, delle pacche sulle spalle, delle urla o delle risate. Una forma più pervasiva di misurazione.
Possiamo leggere cento articoli al giorno sugli effetti dei social media. Ci sentiremo un po’ preoccupati e un po’ intelligenti. Possiamo leggere saggi su ogni aspetto della vita contemporanea. Libri sulla politica, sul potere, sul sesso, sull’identità: ci faranno preoccupare e ci faranno sentire intelligenti.
Di tutti gli argomenti di cui poteva scrivere, Alessandro Lolli ha scelto quello che non ci farà sentire intelligenti. La fama come argomento è terribile perché ci ricorda che scegliamo ogni giorno di farci umiliare. Di diventare ogni giorno attrici e attori appena caduti in disgrazia ma senza la villa e l’aereo privato. Abbiamo accettato, nel grande o nel piccolo, di esporci e farci misurare. Ognuno ha dei numeri associati a quel che espone di sé. Numeri, non sorrisi o abbracci o risatine o dei sì e dei no. Numeri per misurare l’effetto di quel che abbiamo espresso. Un amore, una malattia, un’opera d’ingegno, la foto dei figli. Andiamo a vedere quante lucine rosse si sono accese quando abbiamo scritto della morte di qualcuno. Le stesse persone che ci regalano quei numeri, i numeri che di notte ci hanno fatto fremere ogni volta che il pallino rosso macchiava l’icona dell’app perché loro avevano reagito a quel che avevamo raccontato di noi, sono le persone che ci abbandonano oggi pomeriggio, senza nemmeno accorgersi di farlo, ci colpiscono al cuore scomparendo. Una di loro, che aveva messo il cuore il giorno prima, oggi non c’è perché è in ospedale; l’altra ha un’esame; la terza i figli con l’influenza: tutte e tre queste anime qualunque, che ieri ci innalzavano, oggi ci precipitano nell’umiliazione. Ogni giorno scegliamo di tornare da loro a implorarle. Piangiamo, loro non ci sentono piangere.
Il precedente libro di Alessandro Lolli era sui meme. I meme sono di tutta la gente. Grazie ai meme percepiamo il baluginio di un’intelligenza collettiva che fa salire una risatina verso il cielo. La fama – che la tecnologia ci concede offrendoci palcoscenici in cambio dei nostri dati – è di tutta la gente, ma ci divide. Nel pallino rosso della reazione, nel cuore, nel pollice, nella stellina non troviamo quel sentimento in cui fonderci. La fama ci divide in tante prigioni, lasciandoci affamati all’interno dei nostri corpi a implorare di ritornare al livello di fama di ieri.
Ci è voluto tempo perché Lolli trovasse dei complici con cui fare un libro sulla fama: nessuno vuole parlare sul serio dell’umiliazione quotidiana che tocca a tutti. Stiamo piangendo perché non arrivano le reazioni degli altri. Anche gli altri stanno piangendo. Un saggio sulla fama non ci fa sentire informati, ma più sporchi che mai. Cos’è che cerchiamo, anche oggi? Di esprimerci da sotto i riflettori, trattare gli altri come una massa nell’oscurità della platea? E come mai? Non sappiamo dirlo, non possiamo ammetterlo, e comunque senza una tecnologia che ci stendesse il tappeto rosso quasi nessuno di noi avrebbe mai imboccato questa strada – a eccezione di quei pochi che erano già fatti per vivere le precedenti incarnazioni della fama, quella romana, quella dei santi, quella dei salons del settecento, quella dei romanzi a puntate dell’ottocento, quella del cinema e della televisione del Novecento... tutti gli altri non avrebbero mai intrapreso quella strada se non ce l’avesse stesa davanti la tecnologia, e adesso torniamo ogni giorno a farci umiliare sperando in una reazione più forte.
Alessandro Lolli ci racconta tutte queste cose e connette i puntini senza giudicare chi cerca la fama. Non ci condanna. Nemmeno ci salva facendoci sentire speciali, attuali. Prima si prende decine di pagine per ricapitolare il percorso di questa specie di squallido iperoggetto, in modo da farci vedere la sua strada lunga e imprevedibile, poi parla di noi, oggi. E alla fine ci fa intravedere che rapporti si vanno creando con la fama non umana degli influencer AI.
Leggere questo libro ci fa sentire un po’ più nel flusso della Storia e un po’ meno nel gorgo della fama. Non ci consola, ma non ci fa nemmeno sentire stupidi. Anzi, forse tutto sommato ci consola. Viviamo nell’epoca in cui viviamo, frivolo essere apocalittici, specie se si vuole partecipare alla cosa pubblica. Perfino un ‘influattivista’ potrebbe avere un suo senso nella storia. Anche se tutto è vanità di vanità.
Non ci sarà mai modo di distinguere davvero tra le nostre velleità e i nostri talenti, tra quel che diciamo perché lo intendiamo, e quel che diciamo per vedere di nascosto l’effetto che fa.



Una domanda da non addetto ai lavori: ma è ancora così la dinamica dei social, come negli anni Dieci? A me era sembrato che ormai con TikTok e la reelificazione siamo ormai nello scenario dei social come TV con un miliardo di canali dove i contenuti vengono prodotti da una minoranza e tutti gli altri sono passivi.