Tuffi/133
Spotify wrapped capolavoro di liscezza capitalista, legge su educazione sessuo-affettiva, casa editrice dal nome pazzesco
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
A livello di User Experience, lo Spotify Wrapped non ha uguali. È lo stadio più elevato e raffinato del capitalismo delle piattaforme. Un’esperienza calda, comunitaria, liscia, ordinata, che dà un senso (almeno apparente) allo scorrere disorganizzato e frenetico della vita e degli ascolti. Un capolavoro di design.
Il Wrapped è a tal punto un capolavoro da essere diventato un concetto/momento indipendente, che vive di vita propria. Già molte altre app e aziende, subito dopo l’uscita del Wrapped Spotify, riprendono quelle grafiche e le riusano per i loro wrapped aziendali, celebrando i traguardi dell’anno. È presto per dirlo, ma questa storia di marketing aziendale potrebbe diventare come Babbo Natale per la CocaCola.
(e d’altronde la riorganizzazione delle esperienze sensoriali è un settore fertilissimo nelle nostre vite contemporanee, fatte di eterne ripetizioni ed esponenziali perdite di memoria: v. ad esempio il successo di Letterboxd, la cui funzione principale non è condividere recensioni ma ricordare innanzitutto a sé stessi di aver visto dei film, cioè di avere accumulato del capitale simbolico.)
Il successo del Wrapped Spotify, oltre a tutte queste convergenze, potrebbe essere dovuto anche al fatto che i prodotti che si vendono in quel negozio (le canzoni e i cantanti) sono “love brands”* per eccellenza (prodotti che individuano delle comunità).
(*nozione che mi è stata trasmessa da Actually, il podcast di Chora media per noi teneri aspiranti tech-fin-broligarchi)
In Italia qualche giorno fa è stata approvata una legge (riassumo male, per le informazioni precise consiglio sempre di compendiare questa newsletter di commenti approssimati con il fornitissimo portale www.google.com) che proibisce l’educazione sessuo-affettiva alle scuole elementari, mentre le autorizza - previo consenso informato delle famiglie - alle medie e superiori.
Sono contrario a metà, spiego perché.
[Disclaimer: credo che il corpus di teorie, studi, etc. che va sotto il nome di gender studies (a mio avviso ragionevolmente tradotto in molti media italiani come “teoria gender”) è un’ipotesi teorica e pratica a. molto ambiziosa, b. molto astratta, c. assolutamente non dimostrabile, non verificabile né falsificabile quindi ben lontana dal potersi ritenere scienza, d. umanamente disruptive, aggettivo che non ha traduzione esatta in italiano, ma comunque per questo motivo intraducibile e. dall’alto profilo di rischio sociale, economico, esistenziale, psicologico, psichiatrico, etc., avendo essa come bersaglio principale nientepopodimeno che il binarismo dei generi, su cui sostanzialmente si fonda il 95% di ciò che abbiamo intorno e il 99,99% di quello che siamo, nel bene e nel male. Fine del disclaimer.]
Torniamo alla nostra educazione sessuo-affettiva. Sono contento che non vengano insegnate nella scuola pubblica teorie che non siano già ampiamente condivise dalla società, perché a scuola bisogna insegnare 1. verità scientifiche, oppure 2. verità sociali ampiamente condivise. La scuola non può essere il terreno di battaglia dove condurre battaglie ancora aperte, anche a costo di mordersi la lingua su questioni di vitale importanza. Faccio un esempio così chiarisco fino a che punto tengo a questa cosa: poiché la Palestina è un argomento divisivo in Italia (nonostante a me sia chiarissimo dove risiedono la ragione e la giustizia, abbiamo un governo - e molti suoi elettori - totalmente proni a israele), forse bisognerebbe evitare di parlare anche di Palestina, o almeno bisognerebbe lasciare parlare i ragazzi con il minor intervento possibile dei maestri/professori/autorità cattedratiche.
Quindi. Se siamo onesti e riconosciamo che l’educazione sessuo-affettiva, per come se ne dibatte da 30 anni a questa parte e in particolar modo negli ultimi 15, verrebbe impartita secondo idee non ancora condivise dal 90% della società ma solo da una minoranza egemone e rumorosa, allora io sono felice che questa materia non si insegni. Perché il rischio di avere bambini impacciati mentre accarezzano le compagne per me è molto minore rispetto al rischio di avere bambini + genitori + nonni che pensano che la scuola pubblica serva a indottrinare (dove in questo caso indottrinare = insegnare verità non condivise).
Il motivo per cui invece non sono contento della legge è che si lascia ai genitori (non so in che termini, mi attengo alle poche notizie che ho letto) la possibilità di dare il consenso/divieto all’insegnamento della materia. Questo è proprio quello che non deve accadere, almeno nella scuola pubblica e nei programmi ministeriali. I genitori devono essere lasciati il più possibile fuori dalla scuola. Innanzitutto perché sappiamo bene quale livello di degrado umano ha portato l’ossessiva apprensione contemporanea per i figlioletti (guerra ai maestri, alle gerarchie scolastiche, ai rimproveri, ai compiti, etc). In secondo luogo, perché derogare la scelta ai genitori creerà di nuovo la spaccatura tra chi ha famiglie di un tipo e chi di un altro, chi “conservatrici” e chi “libertine”, e rifletterà questa spaccatura nelle classi. E poiché mentre si sta in classe ogni influenza familiare dovrebbe rimanere, insieme ai familiari stessi, fuori dalla classe (differenze di censo, cultura, appartenenza politica, etc.) allora questo punto risulta molto problematico.
Per finire: sarebbe bello se la scuola insegnasse ai bambini anche l’educazione sessuoaffettiva, così che anche chi ha il padre violento e la madre in carcere possa accedere a un livello minimo di educazione in questo senso? Sì, sarebbe bello, ma non in un momento storico in cui stiamo ancora decidendo se i generi sono due oppure infiniti. In questo momento storico dobbiamo scegliere il male minore, e forse è proprio quello contenuto nella legge.
Vi prego di spogliarvi di tutti i nobilissimi pregiudizi e armamentari civici per un ultimo sforzo di onestà estetica, prima di tornare al vostro meritato sabato: al di là della dolorosa faccenda politica, quanto è bello il nome “Passaggio al bosco” per una casa editrice? Ma anche per altro, anche un bar, un’enoteca di vini naturali.
Un ultimo appello: mancano 15 iscritti per arrivare a 1000. Quanto sarebbe bello chiudere l’anno del Giubileo a quota 1000? E quanto sarebbe invece triste e meschino non arrivarci? Ecco, se quindici di voi riuscissero a costringere almeno un amico, un parente. Vanno bene anche indirizzi falsi o in disuso. Grazie.



