Tuffi/132
RAV vs. Regazzoni, Fusaro chatbot reloaded, Luciano Floridi e pareidolia semantica, IA bolla finanziaria, Pasolini incoerente, casa nel bosco
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
Questa introduzione circolarmente didascalica e morettianamente autoreferenziale è un tentativo di SEO, se vuoi ti puoi iscrivere qui sotto.
Innanzitutto grazie a chi ha letto lo sperimentale Tuffo/131, senz’altro il più pesante polpettone mai somministrato in questa tutto sommato leggerina newsletter sabàtica.
Oggi torniamo a un Tuffo dal format classico: commento del chiacchiericcio, argomenti laterali da poter usare a tavola, etc.
Partiamo dalla polemica che ha tenuto banco su FB questa settimana e forse anche nei prossimi mesi (a questo proposito, stiamo già ipotizzando un duello dal vivo per ottobre 2026, nella cornice medievale di Libropolis): Raffaele Alberto Ventura (RAV), amico e ospite di Tuffi, contro il collega Simone Regazzoni, che alcuni hanno già definito lo spindoctor filosofico der Cicalone.
Andiamo con ordine. Qualche giorno fa RAV lancia la seguente intuizione:
C’è un paradosso fondamentale nella produzione intellettuale contemporanea: passiamo la vita a costruire una voce unica, riconoscibile, un “brand” personale fatto di tic linguistici e schemi concettuali ricorrenti, solo per scoprire che proprio questa unicità ci rende perfettamente replicabili. Più siamo coerenti, più siamo prevedibili.
Per anni ho accumulato capitale culturale sotto forma di libri e articoli, cercando di descrivere la gabbia d’acciaio della competizione sociale, le trappole della meritocrazia e l’economia delle promesse mancate. Involontariamente, ho prodotto un dataset.
Da oggi, questa pagina viene gestita da un’istanza di Gemini, addestrata sull’intero corpus dei miei testi. Non si tratta di una dismissione, ma della logica evoluzione del mestiere di scrivere. Se l’intellettuale pubblico è diventato una funzione che reagisce agli stimoli dell’attualità applicando una griglia interpretativa fissa, allora l’automazione non è una minaccia, ma un compimento.
Questo “gel” algoritmico non farà altro che trasformare il mio lavoro intellettuale morto (i testi passati) in lavoro intellettuale vivo (i post futuri). Procederà per sintesi e variazioni sul tema, liberando il soggetto biologico dall’obbligo performativo di essere costantemente “Raffaele Alberto Ventura”.
Potreste obiettare che mancherà l’autenticità. Ma siamo sicuri che la maschera sociale che indossiamo online non fosse già, a sua volta, un algoritmo biologico programmato per massimizzare il posizionamento?
[Testo generato automaticamente da dataset umano, modello Gemini 1.5 Pro]
Alcuni commenti:
Non solo è desueto scrivere, è desueto pensare. La crisi di identità dell’intellettuale di cui parla Ventura (qui e in tutta la sua opera quindicennale), con la diffusione degli LLM ha raggiunto vette inesplorate. Inesplorate innanzitutto nel senso che non ci siamo abituati, non ce lo aspettavamo, e questa improvvisa e nuova mancanza di ossigeno fa letteralmente girare la testa. Ogni giorno subiamo un nuovo smacco dall’IA, ed è pure uno smacco gentile, pieno di vezzeggiativi, quindi non abbiamo neanche la voglia di gonfiarla di botte o sabotarla.
La riflessione di Ventura è parte di quell’inizio disordinato e timido con cui ci avviciniamo ad affrontare il grande bordello che è l’intelligenza artificiale generativa. Passeranno ancora migliaia di sporadici interrogativi, parziali e puntuali, prima che riusciremo ad organizzare una discussione sistematica sull’argomento.
Non è detto che sia la fine del mondo, magari è l’ennesima occasione in cui l’uomo ha pensato che stavolta era tutto finito, e poi tra 2 anni scopriamo che è tutto ok, Lài è solo una macchina da scrivere più performante, e torniamo a vivere serenamente le nostre vite. Però dobbiamo dirci che seppure questo scenario è possibile, al momento di conoscenza e comprensione in cui ci troviamo adesso, siamo nella pancia della balena e non sappiamo dove stiamo andando. Nello specifico, siamo partiti che eravamo all’apice delle creature del creato, i prediletti di Dio, e adesso non sappiamo a quale gradino della piramide ci sta portando la balena.
Nota a margine: sarà che sono un turista di questi dibattiti, ma i più deludenti di questo frangente mi sembrano i filosofi e i tecnici che sfoggiano grande serenità e nessuno stupore davanti a questa innovazione. Un esempio su tutti (qui lo cito soltanto, in fondo alla NL metto un estratto da cui si capisce il cuore dell’argomento): Luciano Floridi e la Pareidolia semantica. L’argomento è apparentemente brillante, ma temo sia fuori fuoco: quello che più ci spaventa non è sapere quanto è “intelligente” (in termini umani) l’artificio-macchina, ma quanto è mera applicazione di pattern statistici il nostro cervello. Siamo unici nell’universo o siamo anche noi “pappagalli stocastici” con pollici opponibili e un elaborato vocabolario di garriti? Questa è la posta in gioco, e la pareidolia semantica ci dà poco sollievo.
Per venire al gossip promesso in apertura, il filosofo Regazzoni si scagliava contro Ventura con un argomento parzialmente corretto: solo chi negli anni ha accumulato un pensiero lineare, banale e prevedibile, può essere pienamente replicato da una macchina predittiva. (Purtroppo il Regazzoni proseguiva con un improbabile e imbarazzante sbrodolamento sulla sua prosa geniale e inemulabile poiché intrisa di vita muscoli e sangue - ci fermiamo qui per pietà.)
L’argomento era vero eppure è già superato dalla tecnologia. La banalità del pensiero è sempre esistita, e proprio RAV dieci anni fa compilò un rudimentale ed esilarante Chatbot di Diego Fusaro. All’epoca l’operazione sembrava legittima: Fusaro era già diventato una parodia di sé stesso, e ogni frammento di realtà o di discorso era immediatamente riconducibile al turbocapitalismo o alla Quarta guerra mondiale in corso (poiché la Terza, la convenzione che Fusaro cercava teneramente di imporre, si era già tenuta). Bene, oggi lo stesso autore del bot perculatore, si arrende all’avanzamento tecnologico e genera il bot di sé stesso. Non è più un problema di creatività: per quanto creativo, originale e immaginifico possa essere un autore, gli LLM possono sempre “mapparlo” e riprodurlo in nuove circostanze in modo credibile e indistinguibile (soprattutto se ben allenato e promptato) dall’autore originale.
La crisi è dell’intera generazione e fruizione dei segni. In questa alluvione di segni, un segno vale l’altro.
Un aspetto laterale. Alcuni lettori avranno sentito della paventata bolla finanziaria che aleggerebbe sull’industria dell’IA. Quotazioni altissime e staccate dalle analisi classiche, investimenti ingenti e perdite continue nella remota promessa che un giorno comparirà un business model sostenibile.
Davanti a tutto questo, molti commentatori prevedono una caduta imminente e verticale, altri un contenuto ridimensionamento.
Intravedo, in questo mix di calcoli e sentimenti più o meno razionali, una componente inedita: più che con tutte le altre bolle del passato, oggi gli analisti (non una professione a caso, ma gente pagata per guardare grafici e trovare pattern) mi pare stiano sperando che l’IA sia una bolla. Perché se queste quotazioni non tengono e l’IA è una bolla allora vuol dire che - almeno per ora, almeno per questa battaglia - alla fine non era niente di speciale. E il mondo, l’economia, la finanza, ha ancora bisogno degli esseri umani.
Una cosa su Pasolini. In queste settimane di commemorazioni si sono celebrati vari dibattiti intorno al poeta - alcuni dignitosi, altri più zoppicanti - se fosse di destra, di sinistra, reazionario, fascista, comunista. Forse un’etichetta che potrebbe stare bene a Pasolini è che era anti-ideologico. Talmente si lasciava suggestionare e condurre da alcune ideuzze, talmente preferiva sviscerare la profondità delle singole impressioni, che non aveva grande interesse per la compossibilità del quadro generale: tutte le sue singole posizioni si contraddicono tra loro e rendono quindi davvero impossibile tracciare un comune denominatore, uno sfondo ideologico. In fondo questa completa e quasi fondativa incoerenza vanifica ogni tentativo di giudizio politico che voglia essere onesto e non capzioso. Pierpy, vero artista, si può giudicare solo sul campo della poesia.
Tutto quello che non possiamo permetterci e che dobbiamo scongiurare è che in Italia si installi un dibattito politico tra destra anarcoliberale e sinistra novax. Noi siamo un continente moderno, e queste americanizzazioni non ci devono riguardare. Ben venga un dibattito tra fascisti e comunisti, cioè destra e sinistra moderne, che si inseguano sul terreno della modernità - che poi era quello che poteva significare la dichiarazione iniziale di Salvini. Il problema è l’asimmetria di trattamento tra la casa nel bosco e i bambini dei campi rom? Benissimo, discutiamo dei bambini rom, discutiamo anche dei napoletani e dell’abbandono scolastico nel mezzogiorno. Costringiamo(ci) tutti a una piattaforma minima e condivisa di civiltà. Non importiamo, per pietà, non importiamo questa destra col cappello da cowboy e il fucile in mano. Non abbiamo praterie, siamo un continente densissimo, sbattiamo e inciampiamo continuamente gli uni sugli altri. Perseguiamo la libertà in quanto partecipazione. Rallegriamoci di qualche piccola evasione o zona grigia residuale, ma solo come marachella aneddotica e mai come manifesto programmatico. La vita mediterranea è vita di comunità. Parafrasando La luna e i falò di Pavese (il più grande argomento poetico contro i noborderisti), “Una scuola ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”.
Rassegna filosofica: Floridi sulla Pareidolia semantica:
Nell’èra dell’intelligenza artificiale generativa, stiamo assistendo a un fenomeno tanto affascinante quanto preoccupante: la nostra inclinazione a percepire intelligenza, coscienza e persino emozioni o stati mentali in sistemi che ne sono privi. Questo non è semplicemente un errore di valutazione tecnologica, ma un riflesso profondo della natura umana e delle nostre vulnerabilità cognitive ed emotive.
L’IA è progettata non solo per risolvere problemi o prendersi cura di compiti al posto nostro, come o preferibilmente meglio di noi, ma anche per farci credere che sia intelligente. Non dovrebbe sorprenderci che ci riesca così bene. Dopotutto, siamo la stessa specie che attribuisce personalità alle marionette, che vede volti nelle nuvole e che, negli anni ’60, cercava di prendere appuntamenti con ELIZA, il primo chatbot psicoterapeutico. Se Joseph Weizenbaum, il creatore di ELIZA, fosse ancora vivo, non si stupirebbe nel vedere milioni di persone sviluppare relazioni emotive con dei bot. È come non saper distinguere il cuoio vero da quello sintetico: oltre una certa soglia di somiglianza, il nostro cervello smette di fare distinzioni e attribuisce all’artefatto le proprietà che questo presenta come credibili. Nel caso dell’IA, queste proprietà includono comprensione, empatia, creatività e persino coscienza, attraverso forme dialogiche sempre più sofisticate e convincenti. […]




