Tuffi/126
Cosa pensa la Destra europea di Israele? Intervista ad Adriano Scianca
Questo è Tuffi! Demordiamo.
Io sono Vittorio Ray, questa è Tuffi, la newsletter de Il Tuffatore.
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Continuiamo a parlare di Palestina. Da due anni a questa parte, ogni volta che penso al silenzio della destra sulla questione palestinese sono profondamente stupito. Scandalizzato. E poiché, come dice il poeta, chi si scandalizza è male informato, ho chiesto a uno dei principali e più onesti intellettuali della destra contemporanea di fare il punto della situazione.
Adriano Scianca, copio da wikipedia,
“è un giornalista italiano, dal 2013 direttore responsabile del periodico Il Primato Nazionale. Ha svolto fino a settembre 2020 il ruolo di responsabile nazionale della cultura in Casapound Italia.”
VR: Puoi fare una panoramica sulle posizioni in campo nella destra italiana, dal più filoisraeliano al più filopalestinese?
AS: Diciamo che sul tavolo ci sono più o meno cinque posizioni, anche se poi ovviamente le singole persone e le singole realtà possono essere a cavallo tra l’una e l’altra. 1. Ostilità all’ebraismo pura e semplice, diffusa a macchia di leopardo; 2. Posizione politica filo palestinese, per il nazionalismo arabo laico, per due popoli e due Stati, linea più o meno incarnata da CasaPound; 3. Posizione filo israeliana laica, per realismo politico e accettazione dell’ordine internazionale vigente: mi pare che la linea di FdI sia essenzialmente questa; 4. Posizione filo-israeliana ideologica, fanatica, stile Fallaci: la Lega; 5. Indifferentismo geopolitico: non è la nostra guerra, nessuno dei due è nostro alleato (la posizione che qualcuno ha efficacemente riassunto con la formula “due popoli, due parcheggi”). Anche quest’ultima emerge a macchia di leopardo.
VR: Esiste ancora una destra antiatlantista e (almeno opportunisticamente) panarabista? Dove si collocano Marco Tarchi e i Metapolitici? Dove stanno De Benoist e la Nouvelle Droite?
AS: Tarchi, la Nuova destra italiana, de Benoist e la Nouvelle droite sono sicuramente qualificabili come anti-atlantisti e filo-palestinesi, anche se, in questa avventura intellettuale durata più di mezzo secolo che è la Nuova destra, ovviamente non tutti i protagonisti hanno mantenuto un’unica linea. In generale, anche accettando per comodità l’etichetta di destra, che comunque indirizza già il discorso in una direzione ben precisa, non sono sicuro della tenuta di categorie come “antiatlantismo” e “panarabismo”. Quest’ultimo è stato scientemente distrutto dalle aggressioni concentriche di fondamentalisti e potenze occidentali (oltre che dai propri limiti interni ovviamente) e oggi non ha più alcuna realtà effettuale, mentre l’atlantismo ai tempi di Trump assume caratteristiche inedite e suscita risposte bizzarre. Oggi, per esempio, è pieno di anti atlantisti trumpiani, per quanto possa sembrare - e lo è - una insanabile contraddizione in termini.
VR: Quali sono gli elementi in comune tra destra israeliana e destre europee? Sono alleanze temporanee o c’è qualcosa di profondo?
AS: Non sono alleanze temporanee, sono il frutto di una dinamica profonda iniziata 25 anni fa, dovuta certo a evoluzioni spontanee, dinamiche sociali e cambiamenti politici, ma anche all’attività di precisi apparati di intelligence. Vanno inquadrate tre fasi:
11 settembre 2001: l’offensiva neocon negli Usa, l’operazione Oriana Fallaci in Italia (che ricordiamolo, non nasce in qualche sottoscala alt-right ma nel tempio della buona borghesia, in quel Corriere della Sera che negli stessi anni farà di Magdi Allam un “vicedirettore ad personam”) portano la destra istituzionale su posizioni di fondamentalismo occidentalista, molto diverso dall’americanismo temperato e strumentale dei partiti della Prima Repubblica. È una mutazione politica e antropologica profonda. La destra radicale italiana (già in Francia le cose vanno diversamente, per ovvi motivi) reagisce invece con un antiamericanismo piuttosto viscerale. In questa fase, tra l’editorialista del Giornale e l’esponente della destra radicale non c’è quasi nulla in comune.
Tra il 2011 e il 2013 nasce il sovranismo, che ricrea uno spazio di intersezione tra destra istituzionale e destra radicale. I due mondi si ri-allineano sulla base dell’ostilità a quella che viene chiamata agenda globalista, portata avanti dal mondo liberal e dalle varie ONG à la Soros. Il focus si sposta sulla Russia come possibile alternativa “sana”, ma prende piede anche una ostilità viscerale alla UE. Il segmento antropologico di riferimento diventa il boomerismo nostalgico e complottista. Ai lati di questo nuovo spazio politico restano fuori il tradizionale liberalismo atlantista, da una parte, e l’europeismo nazionalrivoluzionario, dall’altro, che rifiutano il sovranismo oppure lo utilizzano in modo puramente strumentale.
Nella fase attuale c’è un’ulteriore mutazione, che porta a maturazione il sovranismo ma fa anche un passo ulteriore. La Trimurti reazionaria Trump-Putin-Netanyahu occupa l’immaginario delle destre mondiali, facendo leva su tradizionali riflessi pavloviani di tipo “almirantiano” (il leader forte che schiaccia i debosciati sovversivi) e sulla lotta all’agenda globalista, che viene a questo punto definitivamente sganciata dalla geopolitica. Pensiamo solo a figure come Tommy Robinson, che è il perfetto esemplare di questa istanza politica. Ovviamente esistono mondi marginali che credono di poter coniugare putinismo e antisionismo, ma oltre a non fare i conti con la reale posizione di Mosca su Israele, hanno un peso pressoché inesistente rispetto a Lega, Alternative für Deutschland, Rassemblement National, Bolsonaro, Orban e il resto del putinismo che conta qualcosa nel mondo. Questa destra varca inoltre varie linee rosse un tempo invalicabili, assumendo posizioni esplicitamente anti-europee e persino apertamente antifasciste.
Per chi, come me, resta fedele alla linea dell’europeismo NR, ovviamente la principale sfida del presente è quindi quella di sanare questa scissione tra istanze identitarie e sovranità geopolitica continentale.
VR: Quanto pesa la guerra all’islamogauchismo nel posizionamento della destra? Il gusto di vedere sconfitto il nemico interno, troverà mai un argine nella continua umiliazione esterna da parte di Usa e Israele verso la sovranità italiana? O ormai quella destra non ha più nessuna spinta oppositiva all’atlantismo?
AS: Premesso che l’islamogauschismo è un miraggio e che la sinistra che cerca di cavalcarlo - l’ultimo caso è la chiamata alle armi dei maranza nelle manifestazioni pro Pal - si avvia verso un brusco e doloroso risveglio, la risposta è nel quadro che ho illustrato sopra. Trump ha cortocircuitato il concetto di atlantismo, sganciando apparentemente il ruolo dell’America nel mondo dai valori democratici tradizionali che l’America voleva esportare a suon di bombe. Molti ex anti-atlantisti si sono così ritrovati trumpiani, nella convinzione che Trump rappresenti una rottura con il deep state e con l’agenda globalista. Non credo che questa lettura sia troppo convincente. Anzi…
VR: Esiste ancora l’antigiudaismo/antisemitismo a destra, al di là della goliardia? Che peso ha nella dottrina politica?
AS: Esiste, come esiste (ovviamente in proporzioni diverse) in altri mondi. Ma ha molto meno peso di quanto non si dica. Qualche anno fa ho pubblicato Riprendersi tutto, un libro pensato esplicitamente come dizionario militante di CasaPound. C’era un capitolo sugli ebrei, in cui raccontavo il contributo della comunità ebraica italiana al Risorgimento e persino al fascismo stesso, distinguendo tutto questo dalle posizioni critiche che era giusto avere su Israele o su alcune oligarchie. Non ebbi contestazioni di sorta (almeno in Italia, in Francia andò diversamente…). Questo significa che anche nella destra radicale c’è un mondo che sa ragionare in termini maturi. Poi, personalmente, sono contrario a qualsiasi ideologia della colpevolezza collettiva. Vale per i popoli tedesco o serbo, a dispetto di quel che diceva Goldhagen, così come vale per i palestinesi e ovviamente anche per gli ebrei.
Rassegna stampa: mentre questa intervista veniva programmata, è uscita un’altra bellissima intervista sulla newsletter di Iconografie a Jake Romm, legal advisor della Fondazione Hind Rajab. Ne rubo un estratto sulla più o meno profonda faglia interna alla destra statunitense, ma è tutta da leggere.
Negli Stati Uniti osserviamo un interessante spostamento in alcuni rami della destra trumpista verso posizioni critiche su Israele, incarnato da Marjorie Taylor Greene. Qual è la tua lettura di questa tendenza, e come potrebbe cambiare il discorso politico globale?
Stanno accadendo varie cose allo stesso tempo. Primo, penso che la scala dell’orrore a Gaza sia ormai così evidente che persino alcuni esponenti della destra estrema reagiscono in una sorta di genuino shock. Più strutturalmente, quello che si vede è che figure come Greene non fanno parte dell’establishment repubblicano. Sono entrate in politica come outsider che non devono nulla alla macchina del partito, allo stato della sicurezza nazionale o all’establishment della politica estera. Diversamente da figure come il senatore repubblicano Lindsey Graham, che è essenzialmente un’emanazione dello stato della sicurezza nazionale e ha sostenuto ogni guerra d’aggressione americana della memoria recente, Greene e simili non sono stati integrati in quei network istituzionali. Ciò dà loro margine per dire cose che i repubblicani mainstream semplicemente non possono dire. I politici dell’establishment – democratici e repubblicani – sono troppo investiti nella logica dell’imperialismo USA, per cui Israele è un avamposto strategico in Medio Oriente, perpetuando la destabilizzazione della regione e la sua dipendenza dal potere americano. Mettere in discussione Israele equivarrebbe a mettere in discussione l’intero assetto imperiale, e questo non è qualcosa che l’establishment politico è disposto a fare. Al contrario, gli outsider trumpisti hanno fondato la loro identità nella resistenza alla politica dell’establishment, come l’interventismo estero. Gli slogan “America First”, presi alla lettera, li obbligano a opporsi ai giganteschi aiuti a Israele – sebbene, chiaramente, questo non sia per ragioni morali ma solo perché vi vedono uno sperpero delle risorse americane, come anche nel caso della guerra in Ucraina.
Oltre a questo c’è anche una motivazione politica pratica, data dal fatto che l’opinione pubblica americana si è nettamente schierata contro le azioni di Israele. Non lo si direbbe a guardare i media, unanimamente a sostegno di Israele, ma i sondaggi mostrano che la maggioranza degli americani disapprova ciò che sta accadendo in Palestina. Il dissenso attraversa fasce d’età e persino affiliazioni di partito. Un imprenditore politico riconoscerebbe quella tendenza e comincerebbe a prendere le distanze da Israele, ma i politici dell’establishment non possono farlo, dato che la loro visione del mondo è costruita attorno al rapporto USA-Israele. Così sono proprio questi esponenti della destra estrema, ironicamente, i primi a incrinare il muro del silenzio nel Partito repubblicano. Che ciò avvenga per autentica indignazione morale, per opportunismo o per una lettura grezza dei sondaggi, ha comunque un effetto: apre uno spazio nel discorso americano dove criticare Israele non è più del tutto tabù. Naturalmente, ciò non rende Greene o i suoi sostenitori degli anti-imperialisti, la loro ideologia resta fortemente autoritaria, nazionalista bianca e militarista. Ma la loro rottura retorica con il sostegno incondizionato a Israele potrebbe contribuire a mutare il panorama. Potrebbe rendere la critica a Israele meno costosa dal punto di vista politico e, in questo senso, accelerare un riallineamento già in corso, anche all’interno del Partito democratico. Non importa se quel riallineamento derivi da coscienza o cinismo; è secondario rispetto all’impellente necessità di porre fine alla complicità americana nel genocidio – perché senza armi, denaro e protezione diplomatica statunitensi, l’assalto di Israele non potrebbe continuare.




